SESTO CALENDE (Va)

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Il cantuccio di Felipe ristorante

Chiesa di San Bernardino

consacrata nel 1912. Si narra che le stupende colonne monolitiche in granito di Baveno che la sostengono, fossero destinate alla basilica di San Paolo in Roma, ma furono sequestrate durante il trasporto per mezzo di barconi in seguito al fallimento della ditta fornitrice, e qui rimasero. Il campanile, la cui costruzione iniziò contestualmente alla chiesa in fondo alla navata sinistra, venne interrotto (e così rimane) per problemi di staticità. Solo nel 1932 verrà edificato l’attuale torre campanaria, che è stata ristrutturata nel 2013 ed ora fa bella mostra di sè.

L'Abbazia di San Donato

è sita in località un tempo denominata Scozzola o Scovilla, è il maggiore monumento sestese. Edificata tra il IX e il X secolo, con l'attigua, oggi scomparsa Abbazia voluta dal Vescovo di Pavia, Liutardo de' Conti, restò per secoli legata all'ambiente pavese, di rito romano, pur essendo geograficamente in area ambrosiana.

Oratorio di San Vincenzo

detto anche "dei Re Magi", è una chiesetta situata a nord di Sesto Calende, su un poggio erboso, domina dall'alto la valle del Ticino, il Lago Maggiore e Sesto Calende.

 Chiesa di Sant'Antonio Abate, 

è un edificio religioso del comune di Sesto Calende risalente al XIX secolo.

Chiesa di Sant'Anna 

I lavori per la costruzione della chiesa furono eseguiti per la volontà dell'imprenditore Rossini; alcuni fabbricati che mantengono i caratteri ottocenteschi sono tuttora visibili e visitabili. La chiesa di Sant'Anna venne segnalata in catasto nel 1856, a quel tempo era un oratorio privato, aperto al culto pubblico, donato in seguito alla comunità. La chiesa è stata successivamente ampliata e dotata di un campanile dalla famiglia Bertoluzzi come ricordato da un’incisione sul lato. Un intervento di restauro è stato eseguito nel 1997. L’edificio ha un’unica navata, con volta a botte, abside semicircolare, e due cappelle laterali.

Sass da Preja Büia 

(letteralmente: sasso di pietra scura) è un grande masso erratico formato da talco scisti e serpentino, trasportato dai ghiacciai durante le glaciazioni, scolpito con molte incisioni dai popoli della prima età del ferro (II millennio a.C.). Vi si possono osservare soprattutto coppelle circolari ed altre forme, simboli di fertilità, utilizzate per riti sacri. Si trova a circa 200 m dall'oratorio di San Vincenzo, verso la vicina collina morenica. Questo megalito è stato riconosciuto come Monumento naturale regionale di Preia Buia.

FRAZIONI

Abbazia, Mulini, Oneda, San Giorgio, Sciuino, Cocquo, Loca,

Lentate Verbano Fu un antico comune del Milanese, sede di parrocchia fin da Rinascimento.

Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 204 abitanti, nel 1786 Lentate entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 211 abitanti. Nel 1809 fu soppresso con regio decreto di Napoleone ed annesso a Taino. Il Comune di Lentate fu però ripristinato con il ritorno degli austriaci, e nel 1841 incorporò il borgo di Osmate: tale unione fu però duramente contestata dagli osmatesi, che nel 1892 infine ottennero il trasferimento del municipio e il cambio della denominazione comunale in Osmate-Lentate. L'inimicizia fra le due località si mantenne tuttavia a livelli tali che il governo nel 1929 decise il distacco di Lentate dal vecchio comune e la sua aggregazione a quello di Sesto Calende, del quale ancora oggi costituisce una visibile protuberanza.

Lisanza era un piccolo centro abitato di antica origine, sede di parrocchia, appartenente alla pieve di Angera della Provincia di Milano.

Registrato agli atti del 1751 come un borgo di 176 abitanti, nel 1786 Lisanza entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 213 abitanti. In età napoleonica (1809) il comune di Lisanza venne aggregato al limitrofo comune di Taino, recuperando l'autonomia nel 1816, in seguito all'istituzione del Regno Lombardo-Veneto. Nel 1853 contò 387 residenti.

All'Unità d'Italia (1861) Lisanza contava 429 abitanti. Il comune di Lisanza venne soppresso nel 1928 e aggregato al comune di Sesto Calende.

Oriano era un piccolo centro abitato di antica origine, sede di parrocchia, appartenente alla pieve di Angera della Provincia di Milano.

Il territorio comunale si espanse nel 1751 alloquando il governo di Maria Teresa gli annesse il confinante villaggio di Oneda, portando l'insieme a 198 abitanti. Nel 1786 Oriano con Oneda entrò per un quinquennio a far parte dell'effimera Provincia di Varese, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1798 e nel 1799. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 230 abitanti, mentre nel 1853 raggiunse 292 residenti.

All'Unità d'Italia (1861) Oriano contava 350 abitanti, marcando una significativa vivacità demografica. Nel 1863 cambiò nome in Oriano sopra Ticino per ordine della sottoprefettura varesina. Il comune venne soppresso nel 1869 e aggregato al comune di Sesto Calende.

Sant'Anna II nucleo dell’insediamento di Sant'Anna è oggi costituito dalle permanenze del villaggio industriale, divenuto conosciuto grazie alla prima vetreria dell’imprenditore milanese G.B. Rossini. Il villaggio industriale costituito dalla villa del proprietario, gli uffici, le case per gli operai, l’osteria e da una piacevole chiesetta dedicata a Sant'Anna, tuttora adibita al culto, veniva considerato un grande sito di commercio.

STORIA

Sesto divenne Comune attorno al XIII secolo, e si è mantenuto tale fino ad oggi, anche quando il territorio, dopo alterne vicissitudini anche militari, divenne feudo di un ramo dei Visconti, che per secoli estorsero con la violenza agli abitanti oneri e tasse non dovute. La signoria dei Visconti terminò nel 1656, per estinzione della famiglia. Non lasciarono nè un monumento, nè un’opera di beneficenza che potesse richiamare ai posteri la loro memoria. Solo violenza e soprusi.

Il feudo fu ceduto, non senza contestazioni da parte di rami cadetti dei Visconti, dall’erario ducale ai marchesi Cusani, che acquisirono il titolo (e le rendite) di Conti di Sesto.

Le vicissitudini del monastero dei benedettini e della loro chiesa di S.Donato hanno meritato un capitolo a se stante, di cui abbiamo parlato in breve nella tormentata storia del quartiere Abbazia, storia che si intreccia a quella di Sesto per le traversie subite dalle ricorrenti orde militari, ma che se ne distingue per le peripezie e le controversie di carattere religioso e temporale che si innestavano nelle lotte fra papato ed impero.

In ogni caso il “porto” e il dazio di Sesto furono sempre sotto sorveglianza di ufficiali del comune prima, e dei duchi di Milano poi, perchè il passaggio di merci e persone era controllato e adattato a varie esigenze annonarie o sanitarie della intera regione, come ad esempio in periodi di carestie o di epidemie.

Nel XVI secolo molti comuni decisero di avere uno stemma, e Sesto non fu da meno: adottò il simbolo che tuttora appare nello stemma e nel gonfalone della nostra città appena ufficialmente approvato dal presidente della Repubblica, e cioè il compasso, perchè in quel tempo questo era chiamato “sesto”, come il nome del comune.

A titolo di cronaca, riportiamo che la prima scuola pubblica, per anni in precedenza osteggiata dalla popolazione e dal clero, fu aperta solo nel 1799 nel convento di S.Francesco, ma non potè funzionare lungamente per le vicissitudini militari che imperversarono con requisizioni di alloggi e di vettovaglie durante le guerre tra francesi ed austro-russi. Anche le chiese vennero adibite a caserme e ad ospedali. I contadini vennero forzosamente impiegati in lavori di fortificazioni militari. Le barche furono tutte requisite per scopi bellici. Ancora una volta Sesto fu depredata e violentata.


GOLASECCA (Va)

 

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Chiesa di Santa Maria Assunta

Secondo il racconto della costruzione della Chiesa di S. Maria Assunta redatto nel 1852 da don Antonio Tredici, parroco di Golasecca dal 1831 al 1873, la nuova chiesa, resasi necessaria per ospitare l'intera popolazione, venne costruita in meno di tre anni, e venne completata il 16 dicembre 1849. Anche la piazza subì un mutamento: per costruire la nuova chiesa fu demolito il vecchio tempio e scavata la collinetta su cui sorgeva, in modo da costruirvi una scalinata di accesso e dare più spazio al piazzale. Contemporaneamente vennero eretti i muretti dei “giardinetti” creando così l'attuale Piazza I Maggio. L'edificio è abbellito da alcuni dipinti di Luigi Tagliaferri come lo sposalizio di Maria e l'assunzione della Vergine; altri quadri degni di nota sono la Crocefissione di San Pietro di autore Caravaggesco, la Natività e la deposizione del Cristo, tutti di proprietà della Pinacoteca di Brera. In chiesa sono inoltre presenti altre opere d'arte provenienti dall'antica chiesa di San Michele come il pulpito il legno, un quadro di San Carlo al Lazzaretto e la Purificazione della Madonna attribuibile a Ercole Procaccini il Giovane. Magnifico è l'altare in marmo policromo dedicato alla Madonna del Rosario.


Chiesa san Michele
La posizione strategica del promontorio di san Michele aveva favorito in epoca longobarda, la costruzione di un fortilizio, come testimoniato, oltre che da alcune fonti archivistiche, dal nome della via che conduce alla chiesa (Via Piave – già Via Castello), ma anche dalla denominazione della zona circostante (bosco Castello). In seguito ad una recente frana sono affiorate le mura di cinta medioevali, come già erano visibili nell'area ovest dell'edificio. In epoca longobarda il castello di Golasecca avrebbe avuto una funzione difensiva e sarebbe stato in comunicazione visiva con quelli di Angera, Arona, con la turascia di Sesona, con il castello di Monte Sordo di Somma e con quello di Castelletto, a presidio del guado sul Ticino e sorvegliando inoltre la via Severiana Augusta, detta la Mercantera.

Attorno al XII secolo il castello fu distrutto per dar spazio al nuovo edificio di culto dedicato a San Michele. Della struttura antica rimangono le pareti laterali decorate con archetti di cotto, alcuni dei quali sopravvissuti sul lato nord vicino al campanile, mentre l'abside si suppone fosse situata sul versante di ponente in posizione quindi opposta a quella attuale. Nel XVI secolo vennero erette le cappelle laterali dedicate a San Carlo e alla “Purificazione della Beata Vergine Maria”, antica festa patronale di Golasecca; i dipinti che si trovavano nelle cappelle, sono ora custoditi nella chiesa di santa Maria. Nel secolo successivo fu eretto il campanile in stile piemontese (in precedenza vi era un campanile a vela proprio sopra l'abside), la facciata con il porticato e l'ossario laterale chiamato “casa dei morti” con una splendida finestra in granito per pregare i defunti. La zona circostante all'edificio era destinata a cimitero. La chiesa conteneva degli affreschi del XV secolo, come la “Crocifissione con la Madonna e san Giovanni” visibile fino a pochi anni fa; gli affreschi di San Michele e Sant'Ambrogio sono oggi custoditi nell'attuale chiesa parrocchiale. Sopra la cappella della Madonna è oggi possibile rintracciare uno stemma araldico appartenente a una famiglia nobiliare.

San Michele è stata chiesa parrocchiale fino al 1570 e successivamente è stata retta da confraternite denominate in varie epoche “dei Disciplinati”, “dei Morti” o “dei S.S. Sacramenti”. nel 1570 Carlo Borromeo la declassò a semplice sussidiaria della chiesa di Santa Maria in quanto amministrata dalla potente confraternita degli Umiliati a lui ostili. Gli Umiliati di Golasecca avevano sede nel convento posto di fronte alla chiesa di san Michele. Il muro di cinta di settentrione era decorato con cappelle della Via Crucis, con archi posti all'inizio ed alla fine del sentiero in ciottolato. In mezzo vi fu collocata una colonna a ringraziamento per la fine delle pestilenze. Nel 1927 la chiesa fu ristrutturata, costruendo l'attuale portico di entrata, il lavatoio pubblico e piantando i tigli a ricordo dei morti della Prima guerra mondiale, costituendo il Parco delle Rimembranze.

Oggi la chiesa si trova in uno stato di forte degrado.

Chiesa di San Rocco

Risalente al XIV secolo, custodisce la statua lignea del santo che ogni anno viene portata in processione per le vie del paese in ricordo di un voto fatto dalla popolazione di Golasecca nel 1817, per placare l'epidemia di tifo che imperversava nel paese. Grazie alle opere di restauro del 1987-88, tornarono a splendere diversi affreschi risalenti tra il XIV e l'inizio del XVI secolo come San Rocco, San Sebastiano, i santi Cosma e Damiano; da ammirare la Madonna affrescata a lato dell'abside e lo stemma dei Visconti con i leoni correnti (simbolo di pace) anziché ruggenti.

Chiesa del Lazzaretto

Realizzata durante il periodo della famosa peste di Manzoniana memoria e dedicato ai santi Simone e Giuda. Al suo interno vi sono ancora alcune stampelle appartenute agli appestati. Ospita inoltre la statua del Cristo Morto che secondo la tradizione fu abbandonata a bordo di una barca e portata dalla corrente del Ticino, fino alla spiaggia della Melissa.

Chiesa di Santa Maria degli Angeli

Risalente anch'essa al XV secolo, ma originariamente dedicata a Santa Caterina, fu successivamente ampliata abbellita con un piccolo campanile e con un affresco raffigurante la fuga in Egitto della Sacra Famiglia.


Chiesa di Sant'Antoni Abate
Risalente al XV secolo, delimitava l'abitato di Golasecca sulla strada per Somma.

Chiesa di San Pietro al Pescatore

Proprio in prossimità della prima rapida della Miorina, paroni di Golasecca realizzarono la cappella di San Pietro al pescatore, oramai in stato di abbandono, per proteggersi dal pericoloso e lungo viaggio lungo il fiume Ticino. I barcaioli di Golasecca arrivavano non solo fino a Milano o Pavia ma continuavano la navigazione lungo il fiume Po, fino a Venezia. Il viaggio durava anche due o tre mesi.

Il Monsorino
Con le attigue necropoli del Galliasco e delle Corneliane, fu la prima area sepolcrale della Civiltà di Golasecca indagata e pubblicata nel 1824 dall'Abate Giovan Battista Giani, a cui seguiranno progressive ricerche e studi di illustri paleontologi italiani ed europei. Qui il Giani ritrovò ben cinquanta tombe con ceramiche ed oggetti metallici risalenti tra il 750 ed il 600 a.C. Nel 2001 l'area archeologica, per un'estensione di 7000 m² e comprendenti tre cromlech e due allèe, è stata inserita nel patrimonio archeologico dello stato italiano.

La strada della Mercantera
Era la strada che durante il periodo romano collegava la capitale dell'impero, Mediolanum (Milano), al Lago Maggiore passando per il guado del Ticino. Anche durante il Medioevo questa valle fu molto trafficata: la chiamarono prima Mercantera, poi Ducale e poi Rhoense. Era l'antica via di comunicazione che uscendo da Milano, raggiungeva Rho, Legnano, Castellanza, Gallarate e arrivava al ponte dello Strona al confine con Somma; questa strada fu abbandonata nel 1806 quando fu costruita la moderna strada del Sempione. Sulla strada vi era un flusso continuo di carovane guidate dai “mastri di posta”: figura mista tra imprenditore ed il funzionario statale e che annunciava la sua partenza con il suono del corno.

La peschiera del Cimìlin

Le peschiere erano delle costruzioni di sassi e bastoni a forma di “V” con la punta rivolta verso valle immerse nel fiume. La punta era rialzata e chiamata Castelletto; sopra di questa i pescatori vi disponevano degli assi di legno sotto i quali andavo a fermarsi di notte i pesci. Al mattino i pescatori infilavano nel castelletto un lungo bastone per far scappare i pesci che finivano per essere catturati in una rete posta in precedenza a monte della peschiera. I pesci venivano poi conservati nelle ghiacciaie comunali. Dopo la Civiltà di Golasecca è il monumento più antico del territorio, ancora più antico della stessa chiesa di san Michele.

STORIA

È inevitabile, quando si parla di Golasecca, fare riferimento ad un periodo storico molto lontano da noi, periodo durante il quale fiorì una cultura molto sviluppata per quei tempi, e di cui rimangono, a tutt'oggi, importanti testimonianze, sia sulle colline che si sviluppano lungo la valle del Ticino (sommità del Monsorino), sia in alcuni musei della zona.

Va detto subito che Golasecca in dialetto si chiama ancora "Uraséa" o "Uraseica" e che questi nomi, che derivano dalla radice "our", sono preceltici, probabilmente di origine iberica o mediterranea, e indicano le acque fluviali. Inoltre si può tranquillamente affermare che la storia di Golasecca si può ricostruire più dalla lettura dei reperti archeologici che dalle fonti di archivio.
Quella che fiorì in età protostorica era una cultura che rappresentava, in ambito subalpino, l'ultima espressione della civiltà centro-europea dei campi d'urne, compresa fra l'età del bronzo recente (1300 a.C.) e l'età del bronzo finale (1200-800 a.C.). I campi d'urne erano campi prescelti come necropoli di individui cremati, i cui resti ossei erano depositati in urne, solitamente di terracotta, sistemate a breve distanza l'una dall'altra.
La cultura di Golasecca viene cronologicamente divisa in tre periodi: i primi due vanno dall'VIII secolo alla prima metà del V secolo a.C., il terzo coincide con la cultura La Tène A-B della seconda età del ferro e arriva fino al III secolo a.C. Le prime testimonianze archeologiche risalgono però all'età del bronzo finale (IX secolo), anche se le incisioni rupestri di Sesto Calende sono probabilmente più antiche e ascrivibili ad un substrato locale preceltico.
La cultura di Golasecca rappresenta la prima forma evoluta di un mondo artigianale nel quale sono già presenti alcuni caratteri delle società storiche, come ad esempio l'uso specializzato dei materiali e la volontà dell'uomo di adeguare il territorio alle proprie esigenze. Con la scoperta dei metalli non solo si erano costruiti nuovi strumenti ma era cambiato anche il rito funebre, cosicché al rito inumatorio ispirato al culto della madre terra era subentrato il rito crematorio determinato anche dalla religione solare.
Gli studi sulla cultura di Golasecca hanno visto protagonisti numerosi esperti, a partire dal primo, l'abate Giovan Battista Giani nel 1824, per proseguire con il De Mortillet, il Castelfranco, il Bertolone, il Rittatore Vonwiller, l'architetto Angelo Mira Bonomi, il quale ha analizzato in maniera approfondita l'evoluzione della cultura di Golasecca, dai suoi antecedenti all'invasione gallica e alla dominazione romana.
Le ricerche effettuate sull'insediamento, il restauro dei monumenti sepolcrali del primo periodo al Monsorino, la scoperta dell'abitato con lo scavo di alcuni fondi di capanna e il successivo studio dei reperti, l'analisi dei corredi delle sepolture, la lettura della loro stratigrafia orizzontale, dei sistemi di costruzione delle tombe e della capanne, hanno reso possibile riflettere e valutare quale fosse il tipo di vita e di organizzazione sociale di questa gente.
Quelli che possiamo ammirare dalla sommità del Monsorino, suddivisi in tre settori, sono i monumenti del primo periodo della cultura di Golasecca (750-600 a.C.), tra i più antichi d'Italia: essi rappresentano i reperti più qualificanti di questa interessante comunità e certamente gli unici pervenuti pressoché intatti dopo la distruzione e la dispersione dei reperti, operata soprattutto in questo ultimo arco di secolo.
Le ricerche ed il restauro di liberazione dal terreno dei monumenti vennero effettuati durante le campagne di scavo 1965-69 da una squadra archeologica gallaratese e furono seguiti, per conto della Sopraintendenza ai Beni Archeologici, dal Mira Bonomi
Nel primo periodo della cultura (800-600 a.C.) le capanne, distribuite in prevalenza lungo il primo terrazzamento del fiume, sulle sponde opposte, avevano una pianta circolare, con al centro il focolare, dal diametro di circa 5-6 metri, cintate da un basso muro di pietre e pavimentazioni in ciottoli fluviali scheggiati infissi nell'argilla.
Questi pavimenti erano ricoperti di stuoie ad intreccio; la copertura delle capanne si pensa fosse lignea con delle nervature concentriche che venivano a formare una calotta. Sono stati ritrovati vari tipi di ceramica, modellata a mano con motivi ornamentali tradizionali: tali decorazioni venivano rese evidenti dall'uso del gesso. Evoluta era la tecnica di lavorazione della pietra, dell'osso e del legno: venivano utilizzati i ciottoli di serpentino scelti tra le ghiaie del fiume, la selce e l'ossidiana. Il cibo veniva raccolto in grandi recipienti di terracotta modellati a mano. L'uso della ruota è accertato dai carri rinvenuti nelle due Tombe di Guerriero, a Sesto Calende.
Gli insediamenti erano basati soprattutto sulla pastorizia e sull'allevamento delle capre, delle pecore, del maiale, del bovino e del cavallo. Si coltivavano ortaggi, radici, frutta, noci, legumi, cereali.
I tronchi di conifere ad alto fusto venivano usati come materiale di costruzione. Le barche venivano ricavate scavando tronchi d'albero, come dimostrano la canoa di Castelletto Ticino al museo dell'Isola Bella e quella reperita a Porto della Torre.
Gli utensili meccanici sono rari ma l'arte del metallo era in uso.
La scrittura era caratteri sillabici o alfabetiformi, documentata su reperti in pietra e incisa o impressa sulla ceramica.
Tutto ciò rivela un popolo ben organizzato ed evoluto, ma è nell'arte funeraria che si tocca al massimo; tra l'altro tale aspetto è il più conosciuto. Il culto degli antenati imponeva il rispetto dell'area adibita a sepolture e quindi le rotazioni agrarie e i disboscamenti non intaccavano l'area sacra dedicata al culto dei defunti.
Nel primo periodo i sepolcreti sono caratterizzati da posizioni dominanti, esposti al sole e con particolari orientamenti. Diversi sono i sistemi costruttivi delle sepolture: in nuda terra, in cista di ciottoli a pozzo con sovracopertura. Anche i cromlechs (circoli di pietre) e gli allineamenti sono caratteristiche costruzioni collettive per il culto degli antenati. Le sovracoperture risultano molto rare. I corredi delle sepolture sono composti dall'urna cineraria fittile e da un vasetto accessorio o bicchiere di forma tondeggiante. Successivamente il corredo ceramico appare a volte arricchito con la presenza di coppe ad alto piede e vari accessori anche immanicati e decorati.
Il corredo di oggetti in bronzo, solitamente di abbigliamento, consta di spille, spilloni, fibbie decorate di cinturoni, bracciali, anelli, orecchini, pendagli, collane.
Nel secondo periodo (600-450 a.C.) permane l'uso funerario della cremazione, ma gli insediamenti si espandono nell'entroterra allontanandosi dal fiume.
Dai dati archeologici emerge che l'insediamento di Golasecca - Sesto Calende - Castelletto Ticino mantenne inalterate le caratteristiche indigene e solamente nel VII-VI secolo a.C., in reperti di alcune sepolture dei ceti emergenti, si possono notare influenze di differenti centri propulsori. La persistenza dei caratteri autoctoni determinò un particolare momento di crisi, insieme ad altri fenomeni sociali, politici, ambientali e ciò si avverte, dal punto di vista archeologico, alla soglia del V secolo a.C., con l'abbandono dei luoghi, l'esaurimento del mondo pastorale, l'interesse verso nuovi insediamenti in pianura.

(Fonte: Periodico "Comune di Golasecca" Anno 18 N. 2 Autore: Luca Simonetta)

LA BOFFALORA a Casteggio (Pv)

 L’ AZIENDA AGRICOLA BOFFALORA È STATA UNA DELLE PIÙ ANTICHE AZIENDE DELLE COLLINE DEL CASTEGGIANO.

LA SPECIALIZZAZIONE VITIVINICOLA SIN DAL XVI SECOLO, COSI’ COME RISULTA ANCHE DAL CATASTO DI MARIA TERESA D’AUSTRIA. DALLE ESTESE PROPRIETA EBBERO MODO DI ESPRIMERSI PRATICAMENTE TUTTI I VITIGNI PIÙ CLASSICI DELL’OLTREPO PAVESE, COSI COME ATTESTA ANCHE LA LINEA ATTUALE DI PRODUZIONE, CHE EBBE NOTEVOLISSIMO IMPULSO, DOPO ALTERNE VICENDE.

NEL 1958 A QUEST’EPOCA INFATTI RISALE IL. PASSAGGIO DELL’INTERA PROPRIETÀ E DELL’AZIENDA VINICOLA ALLA FAMIGLIA POGGI GEOM. LUIGI, CHE COINCISE CON IL RIFIORIRE DI UN NOME, QUELLO DI BOFFALORA, DI CHIARISSIMA FAMA NELLA ZONA DI CASTEGGIO L’AVVENTO DEI POGGI HA CONSENTITO NOTEVOLI VERTICI DI ESPANSIONE PRODUTTIVA E COMMERCIALE. SONO 1200 CIRCA I QUINTALI DI UVA PRODOTTI OGNI ANNO E DI QUESTO IL 70% E DESTINATO ALLA RIGOROSA QUALIFICAZIONE DEI VINI DOC OLTREPÓPAVESE.

venerdì19:30–23:30
sabato12–14, 19–23:30
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Telefono: 035 452 8889

CASTEGGIO (Pv)

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE 

Villa Odero Tenuta Vini

Villa Marina Tenuta Vini

Tenuta Pegazzera Location per eventi

La Boffalora  agriturismo

Palazzo Certosa Cantù

La Certosa Cantù, di recente restaurata a cura dell'amministrazione comunale, è il vero fulcro della vita culturale casteggiana.All'interno della più importante testimonianza artistica del '700 casteggiano, l'ambiente ideale per l'organizzazione di eventi uniti dal denominatore comune della qualità.

Nel medesimo edificio che ospita il Civico Museo Archeologico, una delle collezioni più interessanti dell'intera Lombardia, ha sede la Biblioteca Civica, con la sala di lettura e lo spazio multimediale.
Edificata fra il 1700 e il 1705 dai monaci seguaci di San Brunone, passò a privati nell'Ottocento e fu lasciato in eredità al Comune del suo ultimo proprietario, il prof. Luigi Cantù.

Fontana di Annibale 

Nel 218 a.C. Annibale, giunto nella pianura padana, dopo aver sconfitto i romani presso il Ticino (ma Cornelio Nepote pone "presso Casteggio" anche questa battaglia), corruppe il comandante del presidio romano di Casteggio, Dasio Brindisino, facendosi consegnare l'ingente quantità di derrate che i Romani vi avevano depositato.

Con la momentanea sconfitta dei Romani e la caduta della colonia di Piacenza, Casteggio tornò indipendente, ma già nel 197 a.C. il console Quinto Minucio Rufo costrinse dapprima numerosi "oppida" liguri alla resa, tra cui Casteggio; poi, in circostanze non chiare, probabilmente per punire una ribellione, diede l'abitato alle fiamme.

La storia narra che prima di varcare le mura dell'antica Clastidium, Annibale fece abbevarare gli elefanti ad una fontana, tutt'ora esistente, in una zona che attulamente è la periferia dell'odierna Casteggio.

Il Pistornile La parte più antica della cittadina sorge su un colle detto Pistornile e sulle sue pendici. Ancora oggi il Pistornile rappresenta la storia di Casteggio e conserva intatto le tradizioni culturali della città, che sono incentrate sulle attività della Certosa Cantù.

Chiesa di San Sebastiano

 La chiesa, eretta nel 1570, in origine era dedicata alla SS. Trinità ma nel 1590 fu intitolata a S. Sebastiano. La facciata venne modificata nel 1767 in stile barocco. Il medaglione posto sopra il portale d’ingresso è stato attribuito alla bottega del Parmigianino.

All’interno sono presenti due altari laterali, uno, in marmo, dedicato a San Carlo Borromeo, l’altro, in stucco, all’Immacolata. In chiesa sono state collocate le statue in gesso di S. Sebastiano e S. Gaetano; di ottima manifattura è invece la statua lignea bordata d’oro zecchino raffigurante S. Carlo Borromeo.

Sono perfettamente conservati il coro ligneo del 1700 e il dipinto del XVIII sec., attribuito al Bibbiena, raffigurante S. Sebastiano, S. Rocco, la Trinità e la Vergine. La chiesa è situata nella zona alta di Casteggio, in via Castello.

Chiesa di San Pietro Martire

La chiesa parrocchiale dedicata a S. Pietro Martire sorge sulla piazza del Pistornile, la parte alta di Casteggio. L’edificio ecclesiastico è stato costruito su una struttura già esistente: infatti in quella zona era presente un collegio del 1500 e la conversione in chiesa risale al 1817, con un progetto ad opera dell’architetto Giuseppe Marchesi di Pavia.

FRAZIONI

Cròtesi, Mairano, Rivetta, San Biagio, Tronco Nero, Pistornile

STORIA

La città di Clastidium ebbe origini liguri, appartenendo a quel popolo che i Greci chiamavano Anamari, e che corrisponde quasi certamente a quelli che i Romani chiamavano Marici, distesi tra l'Appennino e le due sponde del Po attorno a Pavia. I Marici del Po insieme ai Levi del Ticino fondarono presso la confluenza dei due fiumi la città di Pavia, loro comune mercato. Gli Anamari (Marici) e i Levi sono erroneamente detti Celti da Polibio, ma in realtà essi vantano origini anteriori all'invasione celtica e devono essere annoverati tra i popoli liguri. I Marici presero stanza su un modesto rilievo dominante la pianura a sud del Po, nell'attuale Oltrepò Pavese, una collina alquanto scoscesa e impervia nei fianchi, ma dalla sommità pianeggiante; dunque di facile difesa quanto di facile popolamento. Casteggio appare popolata almeno dal VI secolo a.C..

Divenuto uno dei maggiori villaggi della zona, nella forma del castelliere ("oppidum", città fortificata, lo dice Livio), conobbe i Romani nel 223 a.C. quando i Marici furono dai primi indotti a un'alleanza contro gli Insubri. Poco dopo, nel 222 a.C., gli Insubri, appoggiati da mercenari celti provenienti dalla valle del Rodano, attaccarono la località, ma furono sconfitti dai Romani prontamente giunti in soccorso al comando del console Marco Claudio Marcello. Egli stesso uccise il comandante avversario Virdumaro, e ne consacrò le ricche vesti (spolia opima) a Giove Feretrio. La battaglia di Casteggio aprì ai Romani la via per la sottomissione degli Insubri e la conquista della loro capitale, Milano. Ebbe una vasta eco, e il poeta latino Nevio la celebrò con una tragedia di argomento storico, Clastidium, uno dei più antichi monumenti della letteratura latina


TENUTA PEGAZZERA a Casteggio (Pv)

 

Nel periodo medioevale la proprietà fece parte del feudo di Casteggio, in seguito passò sotto il dominio dei Visconti e, con gli Sforza, fu annessa al ducato di Milano.

Tutta la zona dell’Oltrepò Pavese subì le dominazioni che le monarchie europee esercitarono sui territori lombardi:la Spagna nel cinquecento e nel seicento, l’Austria durante la prima metà del settecento e la Francia, con Napoleone, dalla fine del settecento fino al 1814. Unica variante fu l’annessione dell’Oltrepò, insieme al Piacentino, al regno di Sardegna nel 1743, successivamente al trattato di Worms, che ne stabilì l’assegnazione a Carlo Emanuele III di Savoia, come ricompensa dell’aiuto fornito all’Austria nella guerra contro i Borbone di Francia.

Nel 1814, al termine della dominazione francese, l’Oltrepò ritornò ai Savoia fino all’unità d’Italia del 1861.

Ancora oggi esistono testimonianze dell’avvenuta annessione al Piemonte: infatti, tutto l’Oltrepò, dipende tutt’ora dalla diocesi di Tortona, città piemontese, mentre, territorialmente, appartiene alla provincia di Pavia, che si trova in Lombardia. L’Almo Collegio Borromeo di Pavia acquistò la tenuta, ritornata sotto la giurisdizione di Casteggio e Calvignano, dal nobile Crispino Vitali nel 1698, cedendo in cambio la proprietà di Santa Maria della Scala, situata nel Siccomario pavese.

La permuta fu motivata dal desiderio di alienare una proprietà, situata in pianura e soggetta a frequenti inondazioni, a guerre e a passaggi di soldati, con conseguenti danni alle coltivazioni, ma soprattutto dalla necessità di entrare in possesso di terre in collina, adatte alla coltivazione della vite, per arrivare a produrre vino sufficiente a soddisfare le necessità del Collegio, dei convittori e del personale. La Tenuta ebbe un momento di grande difficoltà verso la fine del 700 e i primi anni dell’800, perché saccheggiata dalle truppe di Napoleone. Dopo le vittorie francesi, a Casteggio e Montebello, molte colture subirono per anni notevoli danni.

La Villa fu anche confiscata come bene di origine ecclesiastica, ma il Conte Giberto Borromeo Arese riuscì a dimostrare che la Tenuta era un bene appartenente al suo patrimonio privato e non del Collegio Borromeo, facendo così annullare il decreto di confisca. Molte proprietà terriere vicine, come ad esempio il podere di Castel del Lupo, appartenuto fino al 500 al monastero di Santa Maria delle Cacce di Pavia, e ancora oggi esistente come azienda agricola, furono alienate come beni di origine ecclesiastica e trasferite al demanio dello stato, secondo una legge promulgata da Napoleone, codificata negli atti del Concordato tra Stato e Chiesa del 1805.

Nel libro del quarto centenario della fondazione del Collegio, edito a Pavia nel 1961, troviamo informazioni sul ruolo di imprenditore agricolo svolto dal Collegio, che investì molto nelle terre nel corso dei secoli. Nel saggio di Luigi Biasini e Pierluigi Spiaggiari “Proprietà, redditi e spese del Collegio”, viene descritta la tenuta dal punto di vista delle coltivazioni e delle sue vicissitudini storiche in rapporto alla vita del Collegio.

Per quanto riguarda la consistenza del fondo di Pegazzera, le scelte colturali, gli orientamenti produttivi, l’importanza della viticoltura e la descrizione degli edifici rurali, fonte preziosa è il testo “Tempi della terra“. Campi, acque e case nel pavese rurale dalla fine del 500 ai nostri giorni.

La proprietà, all’atto dell’acquisto, si estendeva per 6.928 ettari e, in seguito, secondo i dati catastali austriaci del 1723, arrivò a misurare 8.253 ettari. Comprendeva diverse cascine: la Mirandola, il Fontanone, la Massona, la Carbona, la Fornace e, per ultima, venne acquistata Prà di Volpe nel 1785, quando comparve per la prima volta nei libri dell’amministrazione del Collegio Borromeo.

Nel corso dell’800 rimase invariata, intorno ai 10.000 ettari, fino al 1908, come attestato dal catasto dell’epoca. La tenuta comprendeva boschi, prati e poderi con coltivazioni diversificate, alcuni edifici rurali ed una casa padronale, sul cui nucleo, probabilmente, fu poi edificata la Villa.

La coltivazione della vite, già presente come “aratorio vitato” (tra i filari delle viti si coltivavano cerali e leguminose), fu potenziata nel corso del 700 e dell’800, fino a raggiungere il 55% delle coltivazioni complessive.

I “Giornali di Pegazzera”, dagli inizi del 700 fino alla fine dell’800, riportano i quantitativi annui dei prodotti spettanti alla proprietà. La voce “vigneto” come coltura specializzata, compare solo nel 1908 e diventerà intensiva e dominante fino ad oggi.

La Villa fu costruita tra il 1703 e il 1718 dall’Almo Collegio Borromeo di Pavia, che la destinò a residenza estiva dei convittori e la tenne in possesso, ininterrottamente, fino al 1967. La Villa comprendeva un parco con alberi secolari e una cappella in un’ala della costruzione, con un ingresso autonomo aperto verso il giardino.

Da una descrizione del 1879, sappiamo che la Villa comprendeva l’abitazione padronale, ma era anche il cuore dell’azienda agricola: oltre alle stanze della proprietà infatti, erano presenti un alloggio per il fattore del collegio Borromeo, le cantine, la tinaia, il torchio, i locali per l’allevamento dei bachi da seta e i granai, che occupavano probabilmente l’ala ad est del primo piano sopra il porticato, dove oggi vediamo una successione di piccole finestre.

Le varie attività si svolgevano sotto il controllo diretto della proprietà: il legame tra attività agricola e funzione residenziale era molto forte.

Oggi, invece, nonostante la centralità della produzione vinicola, la Villa ha le caratteristiche di raffinata eleganza, proprie di una residenza gentilizia. Nel 1967, i nuovi proprietari avviarono un’opera di restauro generale. Diresse i lavori l’architetto Carlo Emilio Aschieri, che riportò la Villa al suo antico splendore.

Gli attuali proprietari, nel 1993, hanno razionalizzato gli accessi, creando un secondo ingresso verso i giardini, mediante la costruzione di una gradinata in pietra e hanno destinato una vasta area ad uso parcheggio: adeguamenti necessari per attrezzare una struttura privata al fine di rispondere alle esigenze di funzionalità del presente.

Contemporaneamente sono stati riordinati i giardini all’italiana, arricchiti di piante ornamentali e sono state completamente rifatte le pavimentazioni all’esterno, in cotto nel cortile di accesso alla Villa e, in pietra, nei camminamenti del giardino.

La Villa è stata oggetto di una costante opera di manutenzione degli esterni, coperture e interni sono stati riallestiti con gusto sicuro ed elegante.

Una Cappella annessa alla Villa fu costruita nei primi decenni del 700 e dedicata a San Carlo, fondatore del Collegio Borromeo a Pavia nel 1561. La costruzione è a doppia altezza: occupa l’ala destra dell’edificio e gode di un ingresso autonomo, rivolto verso il prato.

Probabilmente all’origine svolgeva la funzione di piccola chiesa aperta ai coloni della varie cascine: leggiamo, nel libro edito dal Collegio Borromeo nel 1992, che San Carlo, il cardinal Federigo ed i loro successori, fecero costruire oratori nei vari possedimenti, perché c’era molta preoccupazione per la vita liturgico – sacramentale dei coloni. Vengono citati gli oratori di San Re, Comairano, Lago dei Porzi e Pegazzera, come ancora oggi esistenti, giudicati degni di interesse artistico.

La pianta della Cappella è rettangolare, all’interno, però, gli spazi percepiti sono due: uno per le celebrazioni e l’altro per i fedeli, entrambi coperti da volte a crociera. Gli elementi verticali, i semi capitelli, le arcate e le cornici, che riquadrano a distanza le finestre, sono intonacati di colore grigio mentre, pareti e volte sono di colore chiaro e, in passato, erano ricoperte di affreschi, che non sono arrivati fino ai giorni nostri, purtoppo.

Il ruolo decorativo e sacro dell’ambiente è affidato ad un dipinto antico di pregevole fattura, con una festosa cornice in stucco, che rappresenta la Madonna con angeli. Ai lati dell’altare barocco si trovano due porte murate, che permettevano l’accesso alla Cappella dall’interno della Villa, con stipiti e cimase realizzati in marmi policromi di grande bellezza.

Vicino all’ingresso sono appesi a destra e a sinistra due stemmi a carattere sacro, di color porpora mentre, al lato destro dell’altare, vi è lo stemma sacro di San Carlo con il cappello, i cordoni e le nappe, la croce trilobata e la scritta “PAX”. Alla sinistra dell’altare appare uno stemma gentilizio a carattere laico, appartenente ad un membro della famiglia Borromeo.

Tel. +39 0383 804647 
info@pegazzera.it

VILLA MARINA


 L’azienda Le Fracce nasce a Mairano di Casteggio nel 1905 con Giulio Bussolera. I suoi vigneti si modellavano su una dolce collina denominata in dialetto pavese “Cirgà”.

A metà degli anni ‘50 l’avvocato Fernando Bussolera acquista una residenza ai piedi di questa collina, costruita nel XVII secolo come convento monacale e, assieme alla moglie Lina Branca, ne fa la propria abitazione.

Ai vigneti ereditati dal papà Giulio, Fernando affianca nuove vigne, fino ad arrivare a una superficie vitata di 40 ettari e un’azienda in pianura di 50 ettari. A esse aggiunge un parco, dando vita così a un vero e proprio vigneto con giardino: 100 ettari di meraviglie naturalistiche.
Le passioni dell’avvocato Bussolera arricchiscono la tenuta di un incantevole tessuto di flora e fauna: un giardino coloratissimo di fiori e piante, uccelli tropicali, fenicotteri, pavoni, fagiani dorati, cavalli, animali rari ed esotici come i ghepardi.
Nei primi anni ‘60 nascono le prime etichette della tenuta: Le Fracce del LevriereLe Fracce del FagianoLe Fracce del CavalloLe Fracce del Pavone e Le Fracce del Pettirosso.

Poco prima della sua morte, l’avvocato Bussolera costituisce la Fondazione Bussolera-Branca, a cui lascia l’intero patrimonio istituendone gli scopi che essa deve perseguire: la conservazione della villa, del parco e delle collezioni, la promozione e la diffusione della conoscenza scientifica rivolta anche alla valorizzazione del patrimonio agricolo dell’Oltrepò Pavese.

Oggi la residenza, sede della Fondazione Bussolera-Branca, è un luogo dove l’interazione tra uomo, arte e natura disegna un mosaico di rara bellezza: il parco secolare – con statue antiche e centinaia di esemplari di alberi anche secolari e piante di fiori – raccoglie le collezioni di carrozze, calessi e auto d’epoca, di cui l’avvocato era grande amante, e le cantine della Tenuta Le Fracce.

Recentemente ha preso vita in una dimora storica di proprietà all’interno del complesso, la Casa dell’Art Brut in cui è ospitata una collezione di 30.000 opere di Outsider Art – tra le più importanti al mondo – assieme a due importanti collezioni di libri.

E’ in questo contesto di intenso e costante dinamismo culturale e naturalistico che nascono oggi i vini della Tenuta Le Fracce.


 

lunedì08:30–12:30, 13:30–17:30
martedì08:30–12:30, 13:30–17:30
mercoledì08:30–12:30, 13:30–17:30
giovedì08:30–12:30, 13:30–17:30
venerdì08:30–12:30, 13:30–17
sabatoChiuso
domenicaChiuso

VILLA ODERO a Casteggio (Pv)

 

Frecciarossa nasce nel 1919, quando  Mario Odero si innamora delle colline dell’Oltrepò Pavese, lui che fino a quel momento commerciava carbone tra la sua città di origine, Genova, e l’Inghilterra, dove risiedeva. Dopo la prima guerra mondiale, tornato in Italia, Mario decide di acquistare una tenuta nell’Oltrepò, da sempre “la campagna dei genovesi”.

Compra dunque questa bella tenuta ottocentesca a Casteggio, dal nome particolare che in realtà nasce da un errore. Frecciarossa deriva dalla trascrizione erronea del toponimo antico Fraccia Rossa, cioè “frana rossa,” a dire della terra argillosa, solcata da vene ferruginose, frequentemente soggetta agli umori delle acque sotterranee. Una svista del catasto e Frecciarossa diventa il nome della nostra collina.

Questo progetto entusiasma Giorgio Odero,  il figlio di Mario. Si laurea in Agraria per poter seguire i vigneti della tenuta e poi va in Francia a perfezionare il mestiere, perché nessuno come i francesi allora e ancora oggi sa vinificare il pinot nero, vitigno con il quale aveva deciso di misurarsi.

Fa un’esperienza in Borgogna e poi in Champagne, impara, torna con idee nuove, punta sulla qualità. I vini sono venduti in bottiglia, non è per nulla consueto all’epoca.

Hitchcock li beve al Villa d’Este, ha la gentilezza di far sapere a Giorgio quanto li apprezzi. Sono gli anni Venti del secolo scorso e Frecciarossa è già un marchio conosciuto al di fuori dei confini dell’Oltrepò Pavese.

Alla fine del proibizionismo, nel 1933, sono tra i primissimi vini italiani a entrare sul mercato americano, come testimonia il numero 19 del Marchio di Esportazione.

Margherita Odero affianca suo padre, ha la stessa tenacia e la stessa passione. Nel 1990 rinnova la cantina e inizia ad avvalersi della consulenza dell’enologo Franco Bernabei, che poi nel 2000 sarà sostituito da Gianluca Scaglione, a tutt’oggi parte della squadra insieme a Cristiano Garella.



L’azienda è aperta per visite in cantina, degustazioni e acquisti con il seguente orario:
• lunedì-venerdì: 09:00-17:30;
• sabato, domenica e festivi: contattare +39.392.9289950 (Alessandro).

Per informazioni sull’organizzazione di matrimoni a Frecciarossa:
• 393.9103208 (Romina);
• romina@frecciarossa.com.



I CAVIADINI

Nel tempo dei tempi, a Baiedo, uno sperduto ma affascinate paesino di montagna in Valsassina, sopra Lecco, c’era un bel palazzo.
Qui viveva un signorotto: uno di quelli che amano la bella vita e che adorano ostentare la propria forza e la propria ricchezza anche invitando a casa sua tutta la nobiltà ed i notabili della zona.
Ebbene, un giorno, il nostro signorotto, indisse una delle sue solite feste ma, per sorprendere i suoi ospiti, voleva qualcosa di nuovo e di diverso rispetto ai banchetti precedenti.
Allora domandò al cuoco di preparargli un dolce inedito.
Il cuoco provò e riprovò gli impasti: non riusciva a trovare la formula giusta ed, ormai, la data del banchetto si stava avvicinando a balzi da gigante.
Dapprima preoccupato, poi quasi disperato, il povero cuoco non riusciva a darsi pace perché sapeva che, se avesse fallito, nella migliore delle ipotesi, avrebbe rischiato di essere cacciato, nella peggiore… beh… ogni tanto, il signorotto, quando non era contento dei propri servi, ma non solo, li faceva sparire.
Alla fine, mosso un po’ dalla paura, un po’ dall’orgoglio, il giovane cuoco, dopo innumerevoli tentativi, produsse dei biscotti deliziosissimi: i Caviadini.
Li chiamò così, proprio perché erano state delle “cavie”, nate proprio dagli esperimenti dolciari del giovane cuoco del signorotto di Baiedo. Oppure, secondo un’altra versione, perché egli stesso, prima di portarli in tavola, aveva fatto da "cavia" ad assaggiarli per accertarsi che fossero davvero all’altezza dei commensali.
Documenti e tradizione, storia e leggenda, i Caviadini continuano a rappresentare, per la Valsassina, la dolcezza fatta in casa. 
Difficoltà: FACILE / Tempo di preparazione: 45 minuti

INGREDIENTI / PER 6-8 PERSONE:

  • 250 g farina 00
  • 100 g zucchero
  • 100 g burro (o 50 g burro e 50 g strutto)
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaino lievito vanigliato per dolci
  • 1 pizzico sale
  • qb zucchero in granella (o zucchero semolato)
  • qb latte

PREPARAZIONE

Disporre a fontana la farina con lo zucchero e aggiungere il lievito, il burro, l’uovo e un pizzico di sale. Impastare il tutto fino ad ottenere una pasta omogenea.
Lasciare riposare in frigorifero per circa 30 minuti dopo avere avvolto l’impasto nella pellicola trasparente.
Stendere l’impasto fino ad ottenere uno spessore di 4-5 mm e ritagliare dei rettangoli, o dei rombi di 7 x 4 cm circa.
Incidere con un taglio i rettangoli/rombi nella senso della lunghezza.
Il taglio può essere fatto anche con la rotella dentellata, per un risultato ancora più gradevole.
Adagiare i biscotti sulla placca rivestita con carta forno e dare la caratteristica forma allargando l’incisione fatta al centro del biscotto.
Spennellare i biscotti con un po’ di latte (o un uovo) e spargere sulla superficie lo zucchero in granella.
Cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 15 minuti.

GROTTE DI RESCIA (Co)

  Le sette Grotte di Rescia, unite in un unico complesso agli inizi del ‘900, si snodano lungo un  percorso turistico di ca. 500 m  alle pen...