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CANZO (Co)

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Lago di Segrino itinerario turistico

Villa e parco Magni location per eventi visitabile con il Fai in determinati periodi


Villa Gavazzi, nella sua parte più antica risalente al XVIII secolo

Villa Barni, risalente agli inizi del XIX secolo


Villa Verzafu costruita tra il 1769 e il 1820. Nel 1667 la Corte di Casale, e quindi anche Canzo, divenne feudo camerale dei marchesi Crivelli che per primi affiancarono all'attività agricola l'industria serica. L'attitudine dei canzesi al settore si era peraltro dimostrata in maniera evidente già nel Seicento, quando i panni di lana prodotti a Canzo, soprattutto dai Tentorio facevano concorrenza, per qualità e prezzo, a quelli realizzati a Milano. Alla fine del Settecento si contavano a Canzo ben nove filande, che davano lavoro a duecento persone: la sola Canzo competeva quanto a mole di manodopera con l'intero distretto di Lecco. Verso la metà dell'Ottocento quella di Carlo Verza annoverava 1 300 dipendenti, ed era la tra le prime tre in Lombardia per dimensione, produzione e qualità del filato, insieme a quella dei Gavazzi in Bellano e a quella dei Sormani (entrambe famiglie stabilite anche nel Canzese e imparentate con i Verza e i Ponti). In linea generale, dal Seicento alla metà dell'Ottocento, Canzo fu considerato uno dei più ricchi e importanti centri manifatturieri dell'intera Lombardia.


Basilica prepositurale plebana di Santo Stefano protomartireDetta anche Gésa granda, è la chiesa prepositurale. L'edificazione ebbe inizio nel 1728 sul luogo di una precedente costruzione, attestata dal 1398 in un documento testimoniante l'autonomia della parrocchia, dedicata allo stesso santo e già dotata nel 1574, durante la visita pastorale di San Carlo, dei cinque altari attuali. La Basilica è stata eretta Prepositura, col titolo di Basilica Prepositurale Plebana, con decreto ad perpetuam memoriam in data 21 aprile 1899 da papa Leone XIII il quale concesse "Non ad Personam sed pro Tempore" il Titolo di Prevosto. Il sagrato è in granito, decorato a intarsio; in passato era acciottolato. L'edificio, tradizionalmente definito "basilica" pur non essendolo ufficialmente, è in stile barocco classico e possiede un alto campanile angolare, a destra, con tetto in bronzo (il progetto del 1818, dell'architetto Bovara, ne prevedeva due). La facciata è parzialmente, come i lati lunghi della chiesa, dipinta di un giallo tenue; presenta un portone principali e due portoni laterali.

Chiesa di San Francesco e Beato Miro Detta anche Gésa da San Mirètt, dal nome del secondo dedicatario, utilizzando il diminutivo per distinguerla da quella propriamente di San Mir (il santuario-eremo). È una chiesa conventuale e si trova in piazza San Francesco, ed è affiancata dalla casa del prete, un tempo ambulatorio; nella piazza si trovano inoltre due cuurt (di Pinòla e di Meroni), una fontanella (servita dall'acquedotto e sormontata da un'altra fontana, da cui sgorga una parte dell'acqua di Gajum) situata in una nicchia delle pittoresche mura di Villa Meda, che ha un proprio arco di ingresso su piazza San Francesco, arricchito da una pregiata lunetta in ferro battuto e da un grande affresco. Il sagrato è in porfido, come del resto tutta la piazza, e presenta una scalinata. L'insediamento del complesso conventuale risale alla fine del Trecento, ed era inizialmente dedicato alla Vergine, mentre successivamente, forse nel Quattrocento, fu consacrato a San Miro. Nella prima metà del Settecento furono svolti lavori di consolidamento e ampliamento, mentre la fine del secolo vide la fine della presenza dei Frati Minori, e quindi il passaggio dell'indulgenza del Perdon d'Assisi alla parrocchiale. Agli inizi dell'Ottocento, con il lascito del prevosto don Angelo Sala e il contributo di Giovan Battista Gavazzi, il convento venne trasformato in Ospedale Civile per divenire poi, dalla prima guerra mondiale agli anni settanta, casa di riposo; nel frattempo la chiesa assunse la denominazione di san Francesco, anche se nella memoria della popolazione rimane la dedicazione a san Miro. Successivamente, dopo un restauro conservativo, la chiesa assunse, per volontà della Curia Arcivescovile, la funzione di Oasi monastica. L’avvicinamento in macchina è molto comodo. Raggiunto Canzo si può lasciare la vettura in uno dei numerosi parcheggi disponibili in paese. Nei giorni infrasettimanali si può arrivare fino alle fonti di Gajum attraverso un breve tratto di strada di montagna che non presenta nessuna difficoltà.

Cappella di San Michele - Lazzaretto

La cappella è dedicata a san Michele Arcangelo e si trova in cima a un piccolo dosso, a quota 460 m sul lato destro lungo la strada verso le Fonti di Gajum. Questo luogo venne utilizzato come lazzaretto durante l'epidemia di peste del 1863 e forse anche in casi di precedenti contagi: secondo una tradizione locale il prato sottostante sarebbe usato come camposanto per i morti della peste del 1630, descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi. La cappella è stata oggetto di interventi di restauro e conservazione nel corso del tempo garantendone un buono stato di conservazione fino a oggi. Al suo interno sono affrescati il santo e le opere temporali di misericordia. Da questa cappella si diparte la strada acciottolata che, risalendo lungo la vall da Pésura, arriva alla cima del monte Cornizzolo. Poco sopra la cappella si trova una buona fonte.

villa Meda Villa Meda (XVII-XVIII secolo), costruita sul fianco destro del torrente Ravella, nel centro storico del paese, è un complesso composto da una corte principale con un porticato ad arcate con pilastri quadrangolari, decorati da lesene che sostengono un marcapiano. All'interno sono presenti volte affrescate e soffitti in legno a cassettoni decorati da Luca Roscio di Vill'Albese, del 1701 (o 1702). Da un altro più piccolo cortile interno, si accede al battistero a pianta circolare, con colonnato centrale in pietra e volta ottagonale in legno. Il parco è occupato da alcune piante secolari, cippi in granito, balconate belvedere, portali e nicchie sul muro simulanti piccole grotte, come in uso nei giardini signorili dell'epoca.

La villa è opera dell'architetto Simone Cantoni di Muggio, che trasformò e ingrandì la preesistente residenza dei conti Meda, con interventi di stile neoclassico. Il progetto si protrasse dal 1795 al 1804, quando il lavoro fu portato a termine dal monsignore fratello del conte. L'architetto dispose i locali di rappresentanza attorno ai cortili interni e le parti abitate a contatto col giardino all'italiana e con l'ambiente agreste raggiungibile sull'altra sponda del torrente Ravella tramite un ampio ponte interno al perimetro della villa.

L'edificio venne usato nel XX secolo come colonia estiva per le Stelline e poi, durante la seconda guerra mondiale come caserma, ospitando le SS italiane arruolate presso le carceri milanesi; è stato restaurato per un utilizzo misto privato, sale pubbliche e stanze date in gestione alle locali associazioni; vi ha sede la biblioteca civica.

Palazzo Tentorio fu acquistato dall'omonima famiglia canzese nel 1706, anno in cui il territorio di Milano, di cui Canzo faceva parte, passava di mano dagli spagnoli agli austriaci. La ricchezza dei Tentorio si fondava sul commercio dei panni di lana, attività iniziata nel 1649 da Carlo Tentorio, disinvolto commerciante che aveva raggiunto una posizione di competitività aggirando i pesanti gravami della burocrazia spagnola. La famiglia contribuì economicamente in maniera significativa alla trasformazione settecentesca della chiesa prepositurale di Canzo, consacrata il 3 giugno 1752. La proprietà del palazzo rimase ai Tentorio per oltre un secolo: il 15 settembre 1828 lo stabile e le sue pertinenze furono acquistate dai fratelli Giovanni Maria, Benedetto e Venanzio Gavazzi, antica famiglia canzese in quegli anni impegnata nello sviluppo dell'industria serica, mentre nel 1889, il giorno di san Martino, il palazzo fu acquistato dal Comune per alloggiarvi la scuola; successivamente ospitò anche, e per più di un secolo, gli uffici comunali. Nel 1999 cominciarono i lavori di ristrutturazione e ampliamento, su progetto selezionato tramite concorso di idee, che portarono, oltre al restauro dell'antico Palazzo, alla creazione di una struttura moderna a forma di torrione, a mo' di novello broletto, simbolo dell'autonomia comunale. Dal 7 dicembre 2002, Palazzo Tentorio ospita l'ufficio e la segreteria del Sindaco, la sala Giunta e un'ampia area espositiva, collocata al secondo piano.

Siti archeologici

Fin dalla colonizzazione celtica, tutta la valle di Canzo fu legata al culto dell'acqua, di cui vi è abbondanza, e della pietra. Una testimonianza della diffusione dei culti acquatici si ritrova nell'origine del nome del lago del Segrino: Fons Sacer ("Fonte Sacra" in latino), culto trasformato in culto romano a Marte, come si nota nei toponimi Castèll Mart e Martesana, poi nella devozione a San Michele, presso la fonte del Lazzaretto. Esempio invece di culto dei massi è il Sass dal Primm Fiöö, dove anticamente si recavano le donne per ottenere un buon parto; l'equivalente cristiano si ritrova nella scalinata ed edicola di Sant'Anna, con la stessa funzione. Più visibile è la grandissima roccia detta Cèpp da l'Angua, collocato ai piedi del monte Raj, dove si sovrappongono l'elemento acqua e l'elemento pietra, luogo in origine dedicato alla fata acquatica Anguana (da cui il nome), presente anche nella complessa celebrazione della Giubiana. Nel Medioevo, al contrario di quanto avvenuto in San Michele, questo culto non fu assimilato ma demonizzato: da qui deriva il secondo nome dello stesso, Scalfìn dal Diaul, ovvero "tallone del diavolo". Il santuario di San Miro, santo anch'esso legato all'acqua, inoltre, è costruito in corrispondenza di una fonte sotterranea, sede di un luogo sacro celtico (vi sono state trovate delle coppelle). Un altro masso rilevante è il Sass da la préa, che si trova sulla cresta di Cranno.

TRADIZIONI

La Giubiana di Canzo

A Canzo la celebrazione è particolarmente articolata, con molti personaggi simbolici appartenenti alla tradizione pagana celtica.
La festa è inoltre arricchita da vestiti tradizionali e da suggestivi addobbi in tutto il paesello, tra cui la caratteristica “gamba rusa” (gamba rossa) della Giubiana.
Dopo l’approvazione da parte dei pompieri, il processo si conclude con la sentenza dei Regiuu, ovvero gli anziani autorevoli del paese.
Tra i personaggi principali che percorrono il centro storico troviamo:

  • Giubiana – la vecchia che rappresenta tutti i mali dell’anno passato
  • Anguana – la fata acquatica proveniente dal Cèpp da l’Angua
  • Ul Cervùn – il cervo gigante, che riprende la figura di Cernunnos nella mitologia celtica
  • L’Òmm Selvadech – l’uomo selvatico, personaggio della mitologia alpina
  • L’Urzu – l’orso che esce dalla tana alla Cròta dal Bavèsc, simbolo della forza istintiva che deve essere domata
  • Ul Casciadùr – il cacciatore, che doma e fa ballare l’orso
  • I Diaul – i diavoli che cantano l’ode alla Giubiana
  • Il Bòja – il boia, che rappresenta la condanna del male
  • I Cilòstar – coloro che reggono i candelabri incappucciati, che simboleggiano la luce che vince il Male
  • I Strij picitt – le streghe che fanno paura ai bambini e cercano di salvare la loro compagna Giubiana
  • I Bun e i Gramm – i buoni e cattivi, ossia bambini vestiti di bianco e di nero, tinti in volto, che con il suono delle campanelle e con il rumore delle latte invitano le forze del bene e scacciano il maligno
  • Barbanégra – l’indovino del paese
  • Ul Pastùr – il rappresentante in maschera del mestiere pastorizio
  • Ul Buschiröö – il boscaiolo
  • L’Aucatt di caus pèrs – l’avvocato delle cause perse, quello venuto dal foro di Milano per difendere la Giubiana
  • La Cumàr da la Cuntrada – l’amica della Giubiana che legge il suo testamento
  • I Pumpiér – i pompieri in bicicletta, in costume storico e con la pompa anti-incendio originale dell’Ottocento
  • Gli Scarenèj – i rappresentanti della vicina campagna di Scarenna, legata storicamente con i contadini canzesi
  • Ul Carètt di paisàn – il carretto dei contadini (paesani), sul quale viaggia la Giubiana portata al rogo

STORIA

Il toponimo Canz, reso in latino con Cantius, è un vocabolo celtico collegato al gallico canto-, dal significato di "margine, lembo, appendice, bordo, contorno, angolo". La radice proto-celtica da cui deriva potrebbe essere *kanti ("insieme") oppure *kanxtu ("aratro"). Nel primo caso, verrebbe evocato anche il concetto di "adunanza popolare convocata su un colle circolare"; nel secondo caso, invece, sarebbero forse implicati i concetti di "lama" e "spigolo". In ogni caso, il termine sembra riferirsi alla particolare posizione dell'abitato, margine triangolare dell'alta Brianza protetto dal promontorio di Scioscia. Data l'antichità dell'insediamento sacrale noto ancora a fine Cinquecento con il nome di Canza, posto tra il monte Pesora e il lago del Segrino, non si può peraltro escludere né che la parola Canz faccia riferimento a quel luogo né che l'intero territorio canzese fosse ritenuto particolarmente adatto per le adunanze dei clan.

Le tracce più antiche di colonizzazione umana del territorio canzese risalgono all'ultima fase della glaciazione würmiana, durante il periodo mesolitico (circa 10.000 anni fa). L'accampamento di caccia situato a quota 900 m sul monte Rai (Raj) fu utilizzato durante il periodo estivo, continuativamente fino all'età del bronzo medio.

L'epoca eneolitica (2250 a.C. circa) è segnata dall'importante testimonianza di una triplice tomba a cista con stele, ritrovata in località Büdracch. Si tratta di una sepoltura in cista litica, all'aperto, con la rara presenza anche di tumulo. Le tre cassette lapidee del sito, terminanti in cuspidi, sono infatti formate in parte da muretti a secco, in parte da lastre infitte a coltello, e ricoperte da un tumulo del diametro di nove metri. Nel corredo erano presenti quattro bracciali, monili di varia forma, un pendaglio a doppia spirale – rarissimo in Italia, benché frequentemente rappresentato nelle incisioni – e punte di frecce in selce.

A 200 m dalla sepoltura, sulla riva nordorientale del lago del Segrino, sono state trovate le tracce di un insediamento abitativo coevo, utilizzato anche nella successiva età del bronzo, con case, focolari e terrazzamenti a secco, e oggetti quali olle (scodelle) cilindriche con cordone liscio orizzontale sotto l'orlo e ceramiche con decorazione a Besenstrich (fini striature), ritenuto un tratto di arcaicità proprio della cultura celto-alpina. Tale ritrovamento ebbe un peso importante per la conoscenza delle prime popolazioni stanziali in Brianza.

Sui Corni di Canzo sono stati trovati anche reperti del periodo della seconda immigrazione celtica (IV secolo a.C.), e in tale epoca si colloca anche l'insediamento sul sito dell'attuale centro storico, mentre si deve alla conquista romana il tracciamento delle strade principali per scopi militari e commerciali. Relativamente a questo periodo è stata scoperta una pietra miliare vicino al lago del Segrino, che indicava le distanze lungo la via strata (via lastricata), mentre nel 1822 venne messa alla luce una tomba romana con le sue suppellettili. Da Cantius, nome latino di Canzo, passava la via Mediolanum-Bellasium, che metteva in comunicazione Milano con Bellagio.

Nei secoli dopo la scomparsa dell'Impero Romano, Canzo, in uno stato di marcata autonomia comunale, fece parte dell'area chiamata Martesana dell'arcidiocesi di Milano, e fu, formalmente, infeudata al monastero di Sant'Ambrogio. Il toponimo "Martesana" e del vicino paese di Castelmarte sono stati messi in relazione con il culto del dio Marte e alla presenza di ex legionari. Nel 1162 Federico Barbarossa pose il borgo sotto l'egida del monastero di San Pietro al Monte (sopra Civate). Infine Canzo entrò a far parte dei domini dei Visconti, al cui interno andò delineandosi la Corte di Casale (1403), unione di comuni con a capo Canzo.

Nel 1435, con otto altre pievi e squadre comunali, la Corte costituì l'Universitas Montis Briantiae, aggregazione di comuni con voce di fronte all'autorità ducale, e in particolare di fronte al fisco, «piccola repubblica o, più precisamente, una provincia autonoma nello Stato di Milano». Essa costituisce il territorio della Brianza storica, il nucleo originario a cui si riferisce propriamente il termine "Brianza". Nel 1485 l'Universitas si doterà anche di una propria Banca. Sono anni di grande sviluppo di attività mercantili e artigianali, fioritura di scalpellini, carpentieri, fabbri di altissima capacità tecnica, maestri setaioli, artisti e stampatori apprezzati in tutta l'Italia settentrionale.

Nel 1472 gli Sforza, succeduti ai Visconti nel ducato di Milano, affidarono la Corte di Casale alla ricca famiglia di armaioli dei fratelli Negroni da Missaglia, che avevano richiesto la concessione per la presenza di miniere di ferro. Lo stemma della cosiddetta Cumünanza da Canz (trascurato nel 1861 ma riadottato nel 2002), rappresenta infatti «tre forni all'antica a guisa di alveari, per la fusione del ferro».

Nel 1526 l'esercito spagnolo, in lotta contro il ducato di Milano, occupò Canzo, tenuta dal condottiero di ventura canzese Niccolò Pelliccione (riguardo al quale esistono molti aneddoti leggendari), al soldo del duca Francesco II Sforza. Dopo la morte di questi, Canzo, come tutto il ducato di Milano, passò sotto il dominio spagnolo e successivamente sotto quello austriaco.

Gli spagnoli vi posero un presidio militare, ubicato sulla costa del monte in posizione dominante sul paese, nella località nota come "il Castello". L'occupazione spagnola lasciò in eredità al paese la cerimonia religiosa dell'Entierro, che veniva celebrata ogni Venerdì Santo almeno fino alla prima metà del secolo XIX.

Fino al secolo XVII Canzo era un rinomato centro manifatturiero di tessuti di saia, venduta come saia di Canzo, assieme al cimosone di Canzo, al mercato milanese, questa attività tuttavia decadde a causa delle pesanti tasse imposte dal governo spagnolo. Dopo l'estinzione della famiglia dei Missaglia nel 1667 la Corte di Casale passò ai marchesi Crivelli, che vi introdussero l'industria della seta e alla fine del XVIII secolo le filande attive erano sette, tra cui la Filanda Verza, la terza più grande della Lombardia, e la Filanda Gavazzi, attiva anche in altri paesi con opere filantropiche.

Un decreto di riorganizzazione amministrativa del Regno d'Italia napoleonico datato 1807 sancì l'accorpamento in Canzo dei comuni di Castelmarte, Proserpio, Caslino e Scarenna. Cinque anni dopo, gli ultimi due comuni furono tuttavia spostati nel territorio di Asso. Le decisioni amministrative del periodo napoleonico furono tuttavia abrogate con la Restaurazione.

Dall'edizione del 1868 del Dizionario corografico dell'Italia, il paese aveva una sua compagnia di guardia nazionale di 415 militi, di cui 110 attivi e 305 di riserva e la mobilizzabile era di 12 militi; nel 1863 vi erano 62 elettori politici inscritti nelle liste elettorali del collegio d'Erba, e Canzo faceva sezione elettorale del collegio con 288 elettori in tutto; il paese possedeva una pubblica scuola elementare, un ufficio postale proprio, uffici di verificazione per le imposte dirette, del catasto e di delegazione di pubblica sicurezza con carceri mandamentali; inoltre era sede di una giudicatura di mandamento dipendente dal tribunale di circondario di Lecco. Una delle nuove famiglie di rilievo nella vita del paese, probabilmente originaria di Arcellasco, furono gli Arcellazzi, che espressero benefattori, presidenti della Società di Mutuo Soccorso e Stefano Arcellazzi, giurista, autore di un trattato di diritto penale.

Durante l'Ottocento, Canzo dà all'Italia varie personalità significative, quali Alessandro Duroni, primo sviluppatore della fotografia in Italia e inventore del negativo fotografico. Alessandro Manzoni, la cui suocera era di Canzo, ospitato dai suoi amici, frequenta le ville del paese, dove trae ispirazione per l'intreccio fondamentale del suo romanzo e, dalla vita del santo locale, trae gli elementi stilistici per il suo celebre incipit. Il ritrattista di casa Manzoni, Carlo Gerosa, era anch'egli canzese. Canzo dà in questo secolo i natali anche a Filippo Turati, iniziatore in Italia del socialismo gradualista, espresso poi dal Partito Socialista Italiano, di cui fu il fondatore principale. All'interno del socialismo, il suo pensiero si distingueva per la non automaticità della contrapposizione di classe e per la criticità nei confronti della rivoluzione russa: egli credeva in un parlamentarismo pacifico, collaborante con gli altri partiti, per migliorare le condizioni dei lavoratori.

Accanto a una presenza di villeggianti attenti soprattutto all'ambiente naturale e alla buona socialità, Giovanni Segantini, anch'egli frequentatore della cittadina e dei suoi dintorni, viene colpito anche da alcuni aspetti della vita lavorativa e contadina, ritraendo ad esempio nella tela La raccolta dei bozzoli l'attività serica domestica allora in vigore in tutta la Brianza, ma soprattutto nella Canzo dei Verza e dei Gavazzi.

Giuseppe Parini, nato a Bosisio, quando è ancora ragazzo, viene messo in contatto con l'ambiente culturale milanese – che costituirà il suo trampolino di lancio – dal parroco di Canzo Ambrogio Fioroni, che sarà padre spirituale anche di un frate morto nel convento di Canzo in odore di santità, Giuseppe Longhi.

Nella seconda metà del Settecento, Canzo viene descritta come un'area di produzione di buon vino e ricca di colture: gelsi, mandorli, vitigni, cereali produttivi più volte l'anno. Il defluvio delle acque è ben gestito, a beneficio sia dell'agricoltura sia dell'artigianato. I terreni hanno un valore elevato: circa 400-500 lire milanesi a pertica. In paese vi sono produttori e commercianti di strumenti di precisione e si tratta tutta la filiera della seta; si fa anche filatura di lino, e si produce un tipico panno di lana. Vi è anche un opificio di seta di alta qualità, che produce stoffa rossa cardinalizia. Si vende carbone di legna a Milano, dalla quale si compra il riso.

Nel 1786, nell'ambito della riorganizzazione del territorio, Canzo fu unito alla nuova provincia di Como. Nei secoli XVIII e XIX, fu capoluogo del distretto decimoterzo. La sua economia si poggiava su alcuni punti di forza: i vigneti impiantati sui pendii (Canzo produceva un buon vino), i castagni, la coltura dei gelsi (necessaria alla nutrizione dei bachi da seta), la presenza di molti pascoli con mandrie sparse, le filande e i filatoi.

Un altro canzese, Magno Magni, è fondatore dell'Unione concimi, prima azienda italiana a dedicarsi alla chimica e per decenni protagonista di monopolio, che sarebbe confluita nella Montecatini, trasformandola da azienda di estrazione mineraria in azienda prevalentemente chimica, ponendo così le basi per l'introduzione della plastica commerciale (1955), sviluppata da Giulio Natta, brianzolo d'adozione, proprio all'interno di questa azienda, e che gli meriterà il Premio Nobel per la chimica.

Nel 1908 nasce a Canzo dalla famiglia di san Miro Angelo Paredi, che sarebbe divenuto – oltre che Prefetto della Biblioteca Ambrosiana per quasi vent'anni – uno dei più importanti studiosi al mondo sulla figura di sant'Ambrogio, di cui mise in luce soprattutto la straordinaria forza e abilità politica. La sua biografia del santo vescovo, tradotta in inglese con il titolo "Saint Ambrose, his life and times" (1964), divenne uno dei principali punti di riferimento per gli studi santambrosiani.

I primi anni del Novecento, con la conclusione della ferrovia Milano-Asso (che si aggiunge alla Strada di Niguarda), vedono confermarsi il legame con la città di Milano, per i cui abitanti Canzo è una meta obbligata di villeggiatura già da fine Settecento (secolo a cui risalgono numerose ville neoclassiche e il Teatro Sociale). Tutt'oggi il legame con il capoluogo lombardo è molto forte, grazie al perdurare del turismo, nonché al fatto che Canzo, pur essendo in provincia di Como, appartiene all'arcidiocesi di Milano e al rito ambrosiano.

In questo secolo, la secolare tradizione siderurgica di Canzo si riversò nella fabbricazione di forbici, di cui Canzo divenne importante centro, benché fino alla metà del secolo l'economia prevalente fosse quella agricola. Il parchetto-piazzetta Turati dal 2007 presenta un "angolo del lavoro", finalizzato a rievocare questo importante settore della storia produttiva canzese.

Durante la seconda guerra mondiale, molte famiglie milanesi vi furono sfollate, e in paese vennero acquartierati un gruppo di SS italiane, presso l'asilo e un gruppo di truppe tedesche con il comando installato presso la "Villa Rizzoli". Attività partigiane vennero svolte sui monti, attorno ai Corni, dove i sentieri, precedentemente usati dai contrabbandieri furono utilizzati per aiutare prigionieri alleati fuggiti dal campo di concentramento di Grumello del Piano a rifugiarsi in Svizzera. Sul finire della guerra, cinque ex-soldati di montagna appartenenti alla "43ª Divisione Alpina Autonoma", inquadrata nella Resistenza – Oscar Bottoni, Francesco Pellegrino, A. Deana, D. Pittari ed E. Quaranta – furono catturati e fucilati con l'accusa di diserzione il 21 marzo 1945. Un altro di essi, Giuseppe Mondello, subì la medesima sorte il 13 aprile 1945, dodici giorni prima della fine della guerra.

Una personalità di rilievo della storia novecentesca del borgo di Canzo è stata Orlando Prina, già appartenente a una famiglia locale della bassa nobiltà (Prina-Crivelli). Ritornato a Canzo dalla campagna di Grecia come ufficiale alpino, visse in clandestinità insieme alla madre vedova, collaborando con Giancarlo Puecher, Remo Sordo e altre personalità della Resistenza lombarda. Divenuto delegato del CNLAI per il territorio di Canzo, costituì dapprima un comitato comunale formato dalle personalità di spicco del mondo partigiano locale e successivamente la Giunta clandestina che, composta da un rappresentante per ogni componente politica dell'arco costituzionale (ante litteram), organizzò la transizione istituzionale che avvenne il 25 aprile del 1945, quando le SS italiane abbandonarono la sede di Canzo.

Nel dopoguerra, Orlando Prina fu il principale artefice dell'assetto associazionista tipico del comune di Canzo, dove il comune ha come importante organo consultivo la Tavola rotonda delle Associazioni. In particolare fu il precursore delle associazioni pro-loco divenendo il primo segretario dell'Azienda di Turismo nel periodo d'oro della villeggiatura degli anni sessanta e settanta; fu il rifondatore del Gruppo Alpini Canzo, fondatore dell'Associazione Cacciatori (che sotto la sua presidenza diede vita all'importante fiera ornitologica di Canzo, ispiratrice di altre fiere dello stesso genere) e dell'Associazione Pescatori Lago del Segrino, a capo della quale promosse importanti battaglie ambientali. Fu ininterrottamente assessore dalla transizione istituzionale al 1985.

Nel settore dell'artigianato Canzo è rinomata per la produzione di forbici, al punto che un quarto delle località produttive in Italia, già dagli anni trenta, si trova nel distretto di Canzo. Nel 1993 fece scalpore l'uccisione, durante la guerra bosniaca, del volontario di pace canzese, di ispirazione cattolica, Gabriele Moreno Locatelli, a cui una petizione popolare degli abitanti di Sarajevo ottenne di dedicare una via della città.


CASTELLO DI URIO a Carate Urio (Co)

Il Castello di Urio è un'antica residenza nobiliare del XVIII secolo, fatta costruire dai Della Porta forse sulle rovine di una preesistente fortificazione.

Nel corso del tempo, l'edificio cambiò più volte proprietà.

Dopo essere passato nelle mani dei Castelbarco prima e in quelle dei Dupuy poi, agli inizi dell’Ottocento fu la volta dei Melzi d'Eril, che attribuirono alla costruzione la denominazione di "Castello", modificandone la facciata tramite l'aggiunta di merlature e di tre strutture sopralzate con funzione di torrette. Di queste strutture, sopravvive oggi solo l'alzata centrale. Alla famiglia Melzi si deve anche la realizzazione, nel vasto parco, della scalinata e del cavalcavia che, dall'edificio, portano alle rive del lago.

Nel corso del XIX secolo, la storia del castello s'intrecciò con alcune vicende di Casa Savoia, dapprima diventando proprietà di Maria Teresa d'Asburgo-Lorena, moglie di Carlo Alberto; quando poi la residenza passò nelle mani della famiglia Avogadro di Collobiano, i proprietari ospitarono per qualche tempo i novelli sposi Vittorio Emanuele II e Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena per permettere un periodo di vicinanza ai genitori di lei, soggiornanti nella vicina Villa Pizzo.

Un ulteriore cambio di proprietà determinò una breve parentesi di trascuratezza dell'edificiò, a cui seguirono altri passaggi di mani caratterizzati da una serie di ristrutturazioni, dapprima con la famiglia Richard (1871), poi con la signora Maccrery e infine con il barone Langheim.

Attualmente di proprietà dell'Opus Dei, il castello si compone oggi di un primo blocco a base rettangolare di tre piani, nel centro del quale se ne innesta un secondo a quattro livelli. Nella facciata, scandita da lesene ioniche e dotata di un frontone a linee miste sormontato da una balaustra ornata da statue, il piano nobile è evidenziato dalla presenza di finestre provviste di timpani centinanti e spezzati alternati.

1. Catering
2. Allestimenti floreali
3. Allestimento e scenografia location
4. Intrattenimento
5. Arrivo in barca
6. Security
7. Intrattenimento musicale (pista da ballo fronte lago)
8. Service (impianto audio e luci) 
9. Stampa e grafica dell'evento
10. Fotografo e video maker (online wedding in live streaming)
11. Visita guidata del Castello
12. Possibilità di pernottamento in depandance
13. Parcheggio interno custodito (40 posti auto)
14. Transfer per tutti gli ospiti

 031 400160

CARATE URIO (Co)

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Castello di Urio location per eventi

Villa ai Cedri

L’attuale villa sorge su di un’antica residenza del ‘700. Modificata quasi radicalmente nella sua simmetria agli inizi dell’800 dai conti Sormani, che volevano dare alla villa un forte legame con la natura circostante. Inoltre furono create ex novo le serre, le scuderie e la sala d’armi.

Nel ‘900 per circa un trentennio, la villa fu di proprietà della famiglia Draghi che chiamò la villa “ai Cedri” per via delle piante nel giardino. Durante questo periodo furono ospitati in villa numerosi personaggi della storia italiana tra cui lo statista Alcide De Gasperi.
Nel 1994 la villa fu acquistata dalla famiglia Guarisco  proprietari dell’omonima Società Tessile. Anche questi ultimi proprietari hanno ristrutturato la villa mantenendone il fascino della sua storia sia negli interni che nell’armonia con il paesaggio. 


Chiesa dei Santi Quirico e Giulitta a Urio

fu ricostruita nel 1865 da un originale romanico che, dai documenti della visita pastorale del Vescovo Ninguarda nel 1592, si presume fosse orientata al contrario dell'attuale e avesse due campanili e un sagrato ombreggiato da platani. In seguito ai rifacimenti, la chiesa assunse un aspetto rinascimentale e fu dotata di un'abside barocca rivolta verso occidente. Un campanile fu asportato dall'esondazione del torrente sottostante finendo nel lago. Il superstite, ristrutturato, ha mantenuto i due ordini di bifore sormontate da arco di scarico. L'interno, a navata unica e cappelle laterali, racchiude dipinti soprattutto rinascimentali e due tavole, una coi SS. Rocco e Domenico e l'altra dedicata all'Assunta. Tra le tele del '500 e '600 conservate nella chiesa, si trovano inoltre una rappresentazione dell'Immacolata, di iconografia morazzoniana, e una Crocefissione attribuita a Bartolomeo Montagna.


Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo a Carate

elevata alla dignità di parrocchiale 1537, presenta un interno barocco mosso da stucchi, freschi, scagliole e tele (notevole quella dedicata ai santi titolari nel presbiterio).


Chiesa di Santa Marta
In località Santa Marta si trova l'omonima chiesa, raggiungibile grazie ad una gradinata affiancata dalle 14 cappelle della Via Crucis realizzate nel 1752 e restaurate attorno agli anni Duemila. In principio dedicata ai Santi Nazaro e Celso, originariamente la chiesa si limitava alla navata centrale e a parte del campanile. Fondata nel 1000 e consacrata nel 1095 dal papa Urbano II, nel corso del tempo la struttura subì manomissioni e ripristini che la portarono ad avere l'aspetto attuale, vale a dire, un edificio a tre navate provviste di locali accessori. Della costruzione romanica originale, oggi sopravvive solamente la torre campanaria.

Entrando, ci si presentano numerose opere d'arte, per lo più affreschi del XV secolo. Sull'altare maggiore è riposta una pala della Madonna col bambino fra i Santi. Questa chiesa è visitabile solo nei giorni 28 e 29 luglio. Dal sagrato della chiesa, vista aperta sul primo bacino del lago e sui monti.

Santuario della Santissima Trinità

L'omonima via della frazione di Cavadino conduce al Santuario di Pobiano, la cui storia è legata a un affresco della Santissima Trinità ivi conservato. Sul finire del XVI secolo, Cavadino fu meta di immigrazione dalle altre zone del paese che vennero temporaneamente abbandonate, probabilmente a causa della peste del 1577. In questo periodo si assistette al crollo di una cappella, che cadde lasciando tuttavia integro il muro recante l’affresco. Verso la metà del Seicento la popolazione decise di erigere una piccola chiesa per custodire l’affresco, ritenuto miracoloso, a cui dedicarono la chiesa stessa.


 STORIA

Secondo alcuni studi, il toponimo "Carate" sarebbe di origine celtica, significa "luogo della pietra" e sarebbe da attribuire alla presenza, nel territorio, delle cave di sasso di Moltrasio, usato fin dall'antichità per finalità edilizie.

Per il toponimo "Urio" sono invece state formulate due ipotesi, una legata alla popolazione degli Orobi e l'altra al termine greco ὅρος (oros), cioè "monte".

La comunità cristiana si sviluppò compatta sin X secolo d.C., periodo al quale si possono far risalire le prime chiese sorte sul territorio. Il ritrovamento di tombe galliche e lapidi romane testimoniano un'origine antica.

Il comune di Carate Urio venne creato nel 1927 dalla fusione dei comuni di Carate Lario e Urio.

Come gran parte dei comuni limitrofi, il 27 luglio 2021 anche il paese di Carate Urio fu colpito da un'alluvione, durante la quale si registrò il crollo di un ponte presso la frazione di Cavadino.

A partire da almeno il 1510 e fino al XVII secolo Carate non era una comunità a sé stante bensì era accorpata al comune di Laglio, che faceva parte della pieve di Nesso del Ducato di Milano.

Nel 1647 Carate divenne feudo della famiglia di Francesco Gallio duca D'Alvito, che vi manteneva i diritti feudali ancora nella seconda metà del XVIII secolo, quando il comune di Carate risutava anche comprendere i cassinaggi "Cassina Somajna" e "Cassina Restresio".

Una nuova aggregazione con Laglio fu sancita da un decreto napoleonico datato 1807. La decisione fu tuttavia abrogata con la Restaurazione, che comportò una ricostituzione del comune di Carate all'interno della provincia di Como del Regno lombardo-veneto da parte degli austro-ungarici.

Quando nel 1859 le province della Lombardia furono temporaneamente annesse al Regno di Sardegna, il comune aveva la denominazione di "Carate Lario". Fino all'unione con Urio del 1927, Carate Lario seguì le vicende del resto della provincia di Como.

Urio a partire da almeno il 1510 e fino al XVII secolo Carate non era una comunità a sé stante bensì era accorpata al comune di Laglio, che faceva parte della pieve di Nesso del Ducato di Milano.

Nel 1647 Carate divenne feudo della famiglia di Francesco Gallio duca D'Alvito, che vi manteneva i diritti feudali ancora nella seconda metà del XVIII secolo, quando il comune di Carate risutava anche comprendere i cassinaggi "Cassina Somajna" e "Cassina Restresio".

Una nuova aggregazione con Laglio fu sancita da un decreto napoleonico datato 1807. La decisione fu tuttavia abrogata con la Restaurazione, che comportò una ricostituzione del comune di Carate all'interno della provincia di Como del Regno lombardo-veneto da parte degli austro-ungarici.

Quando nel 1859 le province della Lombardia furono temporaneamente annesse al Regno di Sardegna, il comune aveva la denominazione di "Carate Lario". Fino all'unione con Urio del 1927, Carate Lario seguì le vicende del resto della provincia di Como.

FRAZIONI

Cavadino, Greppone, Lestresio, Olzavino, Pangino, Riva,

ALZATE BRIANZA (Co)

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Castello Durini location per eventi

quadrata di origine medievale, comprensiva di frammenti di lapidi e sculture romane e dotata di una meridiana.

Villa Odescalchi

venne edificata in stile barocco agli inizi del XVII secolo per volere della famiglia Odescalchi. Essa divenne poi l'abitazione personale di Papa Innocenzo XI che apparteneva alla famiglia Odescalchi. La villa, che è circondata da un grande parco con alberi secolari e comprende una piccola chiesa con accesso sulla strada, nel 1982 venne trasformata in un albergo. Dal 2007 tutto il complesso è chiuso ed è in vendita.

Villa Baragiola 

o Palazzo Alciati, attualmente sede della casa di riposo comunale Don G. Allievi, è una bella villa barocca che un tempo era probabilmente il castello feudale del borgo, poi abitato dalla famiglia Alciati.

Villa Giovio

affonda storicamente la propria solidità nel possedimento che fu di Ariberto da Intimiano, Arcivescovo di Milano negli anni dopo il 1000. Con il matrimonio, nel 1636, tra il Conte Nicolò Dugnani e Antonia Giovio la villa successivamente assume la denominazione di Villa Giovio che ancora oggi mantiene. La villa sovrasta un terreno di circa 59.000 metri quadrati, caratterizzati da giardino terrazzato, un laghetto generato da fonti proprie, numerose specie vegetali autoctone perfettamente mantenute ed architettate per rendere massima la loro bellezza, tra le quali svetta il "Cipresso del Foscolo". Si eleva per tre piani con numerosissime e ampie stanze che si susseguono per circa 4.000 metri quadrati sui quali i corridoi rendono agevole l'accesso. La grande cappella gentilizia non interferisce con il corpo della villa che mantiene inalterata la sua austera eleganza. Storica ed inaspettatamente moderna, si presta ad una nuova interpretazione di altra logica abitativa.

Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

La chiesa, già citata nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, fu probabilmente eretta sul luogo ove si trovava un tempio dedicato a Minerva Orobiade. In origine, la chiesa copriva le dimensioni dell'attuale altar maggiore e dell'odierna cappella della B.V.Assunta. Nel corso del tempo si susseguirono importanti interventi d'ampliamento, tra cui una ricostruzione all'inizio del Cinquecento. Le ristrutturazioni del 1846, curate da Giacomo Moraglia, portarono la chiesa alle dimensioni attuali. I lavori si conclusero nell'anno 1900, anche se per la riconsacrazione dell'edificio bisognò aspettare il 1913. Internamente, la navata ospita affreschi di Giuseppe Carsana (1877), tra i quali una raffigurazione di San Pietro che cura un paralitico e otto medaglioni che ritraggono, oltre ai quattro principali Dottori della Chiesa, Mosè, Aronne, Davide e Salomone.

Santuario della Madonna di Rogoredo

Nato probabilmente come cappella per i viaggiatori che percorrevano la valle del torrente Terrò, il Santuario della Madonna di Rogoredo, il cui nome deriva all'originaria vicinanza di alcune rogore (ossia querce) è un edificio settecentesco che conserva un ciclo di affreschi del 1533, tra cui una Madonna con Bambino molto simile a dipinto situato all'interno del santuario della Madonna dei miracoli di Cantù.

Chiesa di san Giorgio

In origine la Chiesa di San Giorgio era provvista di due absidi con due altari, rispettivamente dedicati ai santi Stefano e Giorgio, dei quali cui il secondo fu rimosso nel 1570 per ordine dell'allora arcivescovo Carlo Borromeo. Al suo interno, la chiesa conserva un gruppo di affreschi risalenti al XV-XVI secolo, e attribuiti a Marco d'Oggiono. Il ciclo conservato nella cappella della Vergine Immacolata, datato 1531, riporta alcune scene evangeliche: L’Adorazione dei Magi, La Fuga in Egitto, La Presentazione di Maria al Tempio, La Presentazione di Gesù al Tempio e L’Ultima Cena. Gli otto spicchi della volta della cappella, divisi da costoloni a grottesche, ospitano gli affreschi degli Evangelisti e di alcuni Dottori della Chiesa, in un cattivo stato di conservazione così come i busti di un Vescovo (probabilmente sant'Ambgogio), di Mosè, di Davide e di un Re biblico dipinti tra due stemmi sull’intradosso dell’arco d’entrata.

FRAZIONI

Fabbrica Durini. Registrato agli atti del 1751 come un villaggio di 325 abitanti incluso nella Pieve di Incino, nel 1786 entrò per un quinquennio a far parte della Provincia di Como, per poi cambiare continuamente i riferimenti amministrativi nel 1791, nel 1797 e nel 1798, quando contava 445 residenti.

Portato definitivamente sotto Como nel 1801, alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 377 abitanti. Nel 1809 il municipio fu soppresso su risultanza di un regio decreto di Napoleone che lo unì ad Anzano, a cui era da sempre legata condividendo un’unica parrocchia, ma il Comune di Fabbrica fu restaurato nel 1816 dagli austriaci dopo il loro ritorno. Nel 1853 risultò essere popolato da 651 anime, salite a 699 nel 1871. Nel frattempo, nel 1863, il governo italiano aveva cambiato il nome della località adottando quello attuale. Il censimento del 1921 registrò 775 residenti, ma nel 1928 il regime fascista decise la definitiva soppressione del municipio aggregandolo ad Alzate, nonostante i succitati legami storici con Anzano.

Mirovano.


STORIA

La presenza dei romani fu accertata in seguito ad alcuni scavi che hanno portato alla scoperta di due lapidi dedicate alla dea Minerva, alla quale era dedicato un tempio e una necropoli, che ci ha lasciato monete databili dal III al I secolo a.C.

Alzate si lega alla vicina Cantù per quanto riguarda le vicende storiche, e la vedono, nel XII secolo, alleata con Milano contro Como, nel contesto delle dispute che sfociarono nella Guerra decennale. Successivamente, durante lo scontro tra i Visconti e i Torriani per il predominio sul capoluogo lombardo, si schierò dalla parte dei ghibellini ed entrò a far parte della signoria degli Sforza. Gli "Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano fatti nel 1346" riportano el locho da Alzà tra le località della pella pieve di Galliano incaricate della manutenzione della "strata da Niguarda". Circa alla metà del XV secolo, divenne feudo della potente famiglia dei Pietrasanta.

CASTELLO DURINI a Alzate Brianza (Co)

 Il castello si sviluppa attorno a una torre di origine tardo-romana e ne include due ancora visibili del V secolo.

La più antica attestazione della presenza del castello risale all'anno 860, con la salita al soglio di arcivescovo di Milano da parte di Tadone, nativo di Fabbrica Durini. Il castello gode di un'ottima vista, motivo per il quale fu in origine utilizzato come luogo di avvistamento o di controllo e di difesa del territorio circostante. Caratteristica del complesso è quella di essere adagiato su una collina, sovrastante le valli limitrofe tra le quali la Val di Francia, rimasta vergine rispetto all'edificazione circostante e ancora riportante l'antico sentiero che portava all'allora Mediolanum.

Nel 1383 il castello seguì le sorti del resto della Pieve di Incino, diventando feudo dei Dal Verme.

Castello Durini è composto da vari corpi di epoche diverse solo apparentemente legate tra loro. Le parti piu antiche risalgono al V secolo; all'interno vi sono affreschi del XIII e XIV secolo, monofore decorate e soffitti lignei dipinti di stili ed epoche diverse.

L'aspetto attuale del castello è di impianto barocco, ad eccezione della facciata della corte interna che fu aggiunta dall'architetto Carlo Amati nel 1815, anno in cui Amati modernizzò molte ville dei Durini, tra le quali il castello di Monza, la villa La Cazzola ad Arcore, la villa La Grassa a Monza, villa san Giacomo a Monza e le cappelle di palazzo Durini in via Durini a Milano.

Nel 1750 Gian Giacomo III crea un asse prospettico costituito da una imponenete scalinata a tenaglia che dal castello discende alla pianura sottostante, dove vennero contestualmente edificati in modo simmetrico i corpi di servizio e le scuderie, circondati in origine da giardini alla francese oggi scomparsi. Un impianto quasi identico si può vedere al palazzo di San Souci a Potsdam, in Germania.

Alla stessa quota del castello è presente un giardino pensile all'italiana. Questo giardino occupa un'area in aggetto rispetto alla collina, sostenuto da possenti muraglioni in pietra probabilmente coevi alle torri.

La collina su cui è adagiato il castello è circondata da un borgo agricolo di sua pertinenza.

La chiesa del castello è dedicata a Sant'Andrea: dotata di un suo sagrato, dispone di una tribuna riservata ai componenti della famiglia Durini che ha un diretto accesso al castello. La chiesa è stata donata da don Teobaldo II Durini alla curia di Milano negli anni settanta del ventesimo secolo, così che potesse diventare la chiesa del borgo di fabbrica Durini. All'interno del castello esiste una cappella disegnata dall'architetto Carlo Amati e dedicata a Sant'Anna.

L'edificio principale, collocato in una tenuta di 300 ettari e provvisto di un giardino all'italiana, si presenta come una stratificazione di interventi realizzati tra i secoli XVII e XIX, culminati in una ristrutturazione in stile neoclassico a cura di Carlo Amati, architetto anche della sala da pranzo e della Cappella.

Dimora ideale per ambientare matrimoni, ricevimenti ed eleganti feste private.

 331 872 9297

GROTTE DI RESCIA (Co)

  Le sette Grotte di Rescia, unite in un unico complesso agli inizi del ‘900, si snodano lungo un  percorso turistico di ca. 500 m  alle pen...