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CASTELSEPRIO (Va)

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Parco archeologico

La chiesa di Santa Maria foris portas si trova nel comune di Castelseprio in provincia di Varese, su un'altura distante duecento metri dalla cinta muraria di un antico castrum, da cui l'appellativo in latino medievale.

STORIA

Castelseprio è conosciuto per la zona archeologica, il borgo fortificato che fu capoluogo del Contado del Seprio. Castelseprio sorse come postazione difensiva nell'epoca delle invasioni barbariche intorno al IV secolo. Da Sibrium, nome latino di Castelseprio, passava la via Novaria-Comum, strada romana che congiungeva Novaria (la moderna Novara) con Comum (Como) passando per Sibrium (Castelseprio).

I domini del Seprio andavano dal Lago di Lugano al monte Ceneri, a Parabiago, fino a Ponte Chiasso, alla valle d'Intelvi e al Ticino, al lago Maggiore. Castelseprio divenne in epoca bizantina capitale amministrativa, giudiziaria e militare e mantenne la propria importanza fino a quando Milano e Como cominciarono a insidiarlo per impadronirsi del vasto territorio.

Fu distrutta dai milanesi nel 1287 con il tradimento di alcuni alpigiani della valle dell'Ossola. Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, decretò che la roccaforte non venisse mai più ricostruita. Vennero risparmiati solo gli edifici sacri.

Per cinque secoli la vegetazione ricoprì i resti del castrum. Il castrum è considerato un sito archeologico di importanza europea. Affreschi nella chiesa di Santa Maria foris portas, i resti della Basilica di San Giovanni e quelli di San Paolo. Dello stesso unicum archeologico è il Monastero di Torba, gestito dal FAI.

La zona archeologica è stata dichiarata il 26 giugno 2011 Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO, quale parte del complesso di siti archeologici legati al dominio dei Longobardi in Italia ("Longobardi in Italia: i luoghi del potere (568-774)").

BIANDRONNO (Va)

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

 ISOLINO VIRGINIA Museo

Tana dell' isolino ristorante

FRAZIONI

Cassinetta

STORIA

Le prime tracce della presenza dell'uomo nel territorio del Comune di Biandronno risalgono a circa 6500 anni fa. A quell'epoca appartengono infatti gli insediamenti palafitticoli dell'Isolino Virginia, riportati alla luce nel corso di innumerevoli campagne di scavo iniziate nella seconda metà dell'Ottocento. Per secoli, il pescoso lago e i fertili campi hanno rappresentato un connubio ideale per lo sviluppo della vita a Biandronno. La storia ha lasciato molte tracce nel nostro territorio; molti reperti di età romana, tardo romana e alto medievale (perfino in alcuni termini dialettali si ritrova l'influsso longobardo), mentre dei secoli più recenti si hanno anche testimonianze scritte (archivi, visite pastorali ecc.). Oggi Biandronno è un Comune con poco più di tremila abitanti, con un'economia di tipo prevalentemente industriale e artigianale (sul territorio è presente una delle maggiori industrie di elettrodomestici) che, accanto agli indubbi vantaggi economici ha portato anche qualche scompenso di identità culturale. Il territorio comunale è caratterizzato da situazioni ambientali differenti ma tutte di grandissimo pregio e interesse: una è il Laghetto di Biandronno, già specchio d'acqua ed ora ecosistema palustre di estremo interesse. Non possiamo, da ultimo, non citare il nostro più illustre concittadino, Gualberto Niemen, recentemente scomparso all'età di 98 anni, che nonostante la Sua veneranda età rinnovava quotidianamente l'antica magia di trasformare un pezzo di legno in un burattino, creatura alla quale il "Berto" prestava non solo mani e voce, ma anche l'animo di un eterno ragazzino.

LUVINATE (Va)


MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

 osservatorio astronomico G. V. Schiaparelli

Monastero di Sant'Antonio

Le origine del monastero sono fatte risalire al 1578, quando le monache della comunità di Santa Chiara di Bosto, che si erano aggregate a quelle di Sant'Apollinare di Milano, si trasferirono a Varese, nel monastero appunto di Sant'Antonino, mantenendo beni nel territorio di Bizzozzero e Binago (Ordini religiosi, Sant’Antonino, Varese; Fondo di Religione, Sant’Antonino, Varese).

Da un memoriale non datato, ma posteriore alla morte di san Carlo, si apprende inoltre che al tempo dell'arcivescovo Borromeo al monastero di Varese furono aggregati quello di Lainate, dedicato a Sant'Antonio, il 27 agosto 1571, e il monastero di Santa Chiara di Bosto, il primo di benedettine e il secondo di clarisse (Ordini religiosi, Sant’Antonino, Varese), che conservarono abito, usi e regole proprie pur vivendo con le benedettine: le clarisse vennero soppresse nel 1782 (Mosconi 1990, p. 165).
Nel secolo XVIII il monastero risulta possedere terreni nelle comunità di Varese, Barasso, Casciago, Luvinate, Morosolo, nella pieve di Varese; Binago, nella pieve di Appiano; Cairate, nella pieve di Olgiate Olona; Oggiona con Santo Stefano, nella pieve di Gallarate; Arsago, nella pieve di Somma (Possessi dei monasteri femminili, sec. XVIII). L'Agenzia centrale dei beni nazionali della repubblica cisalpina dispose la vendita separata dei beni del soppresso monastero di Sant'Antonino con avvisi dell'11 e del 26 fiorile anno VI (Fondo di Religione, Sant’Antonino, Varese).

Chiesa di Sant'Ippolito e Cassiano

entrambi martiri cristiani dei primi secoli; una importante sagra viene organizzata nel paese nella seconda o nella terza domenica d’agosto, aperta da una cerimonia suggestiva condotta solitamente dal Prevosto di Varese, che poi celebra una Messa solenne davanti alla popolazione.

STORIA

Abitata già in età romana, vide nel Medioevo la nascita del monastero delle Benedettine di Sant'Antonino, che influenzerà a lungo la vita economica locale. Il territorio comunale, insieme ad altri possedimenti, inclusi in una considerevole proprietà fondiaria che si estendeva anche ai centri limitrofi, veniva amministrato dalla badessa del cenobio Bima de Cuvio, coadiuvata da otto suore; nel 1428 le suore del monastero di Torba si unirono a quelle del monastero di Luvinate sino alla metà dello stesso secolo. Durante il '500 iniziò la decadenza del convento e le suore furono trasferite a Varese in un nuovo edificio, per volontà di S. Carlo. Tutti i beni mobili ed immobili del monastero divennero possedimento dei conti Stampa fin quando l'ultimo discendente di questo casato lasciò in eredità l'intero complesso all'istituto "Figli della Provvidenza". Oltre all'edificio religioso, che ospitò le monache, sorgono nel cuore dell'abitato la chiesa dei Ss. Ippolito e Cassiano di architettura ottocentesca, l'antica Cascina Selvapiana e l'abbazia di S. Vito, entrambe del '300. Del castello rimangono solo pochi ruderi, mentre si è conservata molto bene la Villa Mazzorin, edificata nel 1877 seguendo linee eclettiche per volontà dei nobili veneti Mazzorin, da cui prende il nome.  

GALLARTATE (Va)

 

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Villa Bossi

La villa venne eretta nell'anno 1900 secondo il progetto dell'architetto Carlo Moroni per l'imprenditore edile Giovanni Bossi. Il villino divene un modello di riferimento per alcuni progetti edilizi successivi.

Villa Mauri

La villa venne eretta secondo il progetto dell'architetto Carlo Moroni su commissione dell'allora sindaco di Gallarate, Rodolfo Mauri. La mancanza di una puntuale documentazione d'archivio rende impossibile definire con precisione la data di costruzione, collocabile nei primi anni del XX secolo.

Alcune campagne di ristrutturazione hanno parzialmente alterato alcuni dettagli architettonici originali.


Loggetta di San Pietro

La loggetta di San Pietro è un edificio che studi recenti ascrivono all'epoca medievale. Già censita nel Catasto Teresiano nel 1760 come "casa con bottega di proprio uso", viene poi raffigurata nel 1856 in una stampa dell'epoca. Fu nota come casa Caroli e, in seguito, come casa Bianchi; nel 1938 fu acquisita dal Comune, quindi nel 1955 venne demolita e ricostruita spostata di pochi metri (l'ubicazione originaria venne occupata dal sagrato dell'adiacente chiesa di San Pietro), previo il recupero di materiali originali. Nel 2016 fu venduta a privati.

Le ghiacciaie di Crenna. 

Nei boschi di Crenna-Moriggia, percorrendo un largo sentiero in direzione di Arsago Seprio, si incontra un gruppo di bacini d'acqua di forma regolare collegati tra loro: sono le vecchie ghiacciaie, in uso nei due secoli precedenti. I bacini, scavati quando ancora il terreno era prativo, al sopraggiungere dell'inverno venivano colmati con neve poi compressa fino ad essere trasformata in ghiaccio, coperto con paglia, legna e teli che ne consentivano la durata fino all'estate. Era l'unica possibilità di conservazione con il freddo prima dell'avvento dei frigoriferi. Il riempimento entro Natale era indice di una corretta stagionalità!


Castello di Crenna

Citato per la prima volta nel 1160, fu eretto nell¿alto medioevo sullo sperone della collina dominante la valle dell¿Arno. Dominava tutta la piana di Gallarate. Abbattuto e ricostruito nel XIV secolo, nel XVI e XVII secolo il castello subì trasformazioni e adattamenti a seguito delle divisioni familiari. Viene pesantemente trasformato alla fine del '800 e durante il primo trentennio del '900.


 basilica di Santa Maria Assunta
È stata costruita sull'area di due antiche chiese, intitolate entrambe a Santa Maria. Una è menzionata in una pergamena del 974. La seconda fu costruita tra il XIV ed il XV secolo. La basilica odierna fu edificata tra il 1856 e il 1861. La facciata completata nel 1870. L'edificio di culto ha un'unica navata di 89 metri di lunghezza e di 17,30 metri larghezza. La cupola è di 18 metri di diametro e 27 di altezza.

 chiesa di San Francesco
La chiesa si trova in piazza Risorgimento, eretta dal 1906 al 1910 su disegno dell'architetto Gaetano Moretti. Fabbricieri della chiesa furono allora le famiglie storiche ed industriali della città, tra cui: Majno, Cantoni, Ponti, Bonicalzi, i nobili Forni, Sartorio e molti altri, come viene ricordato dalla lapide marmorea posta sul lato sinistro dell'ingresso centrale. Nel 1919 fu completata l'affrescatura interna e venne inaugurata la nuova facciata. Nel 1965 fu costruito accanto alla chiesa un monastero di monache benedettine di clausura che hanno il compito di conservare la chiesa.

chiesa di San Pietro
Fu costruita tra il XI secolo e il XIII secolo dai maestri comacini, il suo stile architettonico è romanico con elementi gotici, il suo interno è a navata unica.

Nel corso dei secoli ha subito diverse modifiche come la costruzione di un campanile, la costruzione di absidi laterali, l'allargamento di quello centrale, l'apertura di finestre barocche, la trasposizione della porta di ingresso ed altre modifiche che ne hanno rovinato la primitiva bellezza. Nel XV secolo fu trasformata in fortilizio e successivamente fu adibita ad altri usi come luogo per riunioni, locale per falegnami e macelleria.

Nel 1844 fu dichiarato monumento nazionale, dal 1897 al 1911 furono eseguiti lavoro di restauro che consistettero nella demolizione del campanile e delle case addossate alla chiesa, nella ricostruzione dell'antico tetto in legno e dell'abside originario e nella decorazione delle pareti interne. Il 28 ottobre 1911 venne nuovamente consacrata.


chiesa di San Rocco 

È sorta nel XV secolo come semplice cappella, fu in seguito ampliata e ristrutturata come testimonianza di devozione al Santo per la protezione a lui attribuita dagli abitanti nei periodi difficili di diffusione della peste (XVI secolo e XVII secolo). Fu visitata da san Carlo Borromeo nel 1570 e dal cardinale Federigo Borromeo nel 1622. La chiesa, all'epoca ancora incompleta, funzionò a lungo come oratorio. Alla fine del XVIII secolo al suo interno furono inserite pregevoli tele. Per il suo stato di grave decadenza la chiesa è stata oggetto negli ultimi anni di accurati lavori di restauro. L'ultimo restauro ha avuto compimento il 25 marzo 2009, giorno dell'inaugurazione al pubblico. La ristrutturazione è ad opera dell'architetto Giorgio Luini, mentre la nuova illuminazione interna del lighting designer Romano Baratta. Poco prima del completamento del restauro, il campanile della chiesetta fu pesantemente danneggiato da una saetta.


chiesa di Sant'Antonio abate

È di minuscole proporzioni ed oggi appare quasi 'sommersa' dai palazzi adiacenti. Si hanno poche notizie sulle origini di questa chiesa che probabilmente fu costruita sui resti di una precedente. Tuttavia si sa con certezza che già nel XV secolo esisteva in questo luogo un oratorio detto appunto oratorio di Sant'Antonio. Nella seconda metà del XVIII secolo la chiesa venne rifatta totalmente, sino ad assumere le linee architettoniche attuali, ispirate ad un barocco misurato ed armonioso. Nel 1962 vennero eseguiti lavori di abbellimento e restauro volti principalmente ad evitare che la chiesa si deteriorasse eccessivamente, fu inoltre abbattuto il campanile e venne aperta un'altra facciata sul lato opposto a quella originaria.


chiesa di San Zenone

Il culto di san Zenone pare sia stato portato a Gallarate da soldati longobardi provenienti da Verona. La chiesa già esisteva nel XIV secolo e fu due secoli dopo ricostruita e allargata con nuove cappelle. Nuovamente nel XVIII secolo subì un rifacimento radicale; il vecchio campanile fu demolito nel 1897 e sostituito dall'attuale alto più di 50 metri e sovrastato dalla statua del santo protettore. La facciata fu poi completamente decorata nel 1935.


STORIA

Testimonianze archeologiche datano le origini di questo nucleo urbano al II millennio a.C., anche se la maggior parte dei reperti è di natura celtico-gallica. Dai Galli, infatti, deriverebbe anche il nome della città. Il suffisso di matrice celtica e diversi rinvenimenti (urne cinerarie di tipo golasecchiano) possono far propendere per una fondazione preromana, probabilmente insubre ("call-aria", terra di ghiaia). La centrale piazza della Libertà costituisce il sito del presunto villaggio insubre e del castello medievale.

Successivamente, sotto la dominazione romana, divenne parte della provincia della Gallia Cisalpina. Da Gallarate passava l'antica via Severiana Augusta, strada romana consolare che collegava Milano con il Verbano. Da un punto di vista amministrativo, Gallarate faceva parte della regio XI Transpadana.

Nel 974 si parla di un "loco et fundo Galerate". Quando Ottone Visconti, nel 1287, distrusse Castelseprio, divenne sede del Capitano e del Vicario del Seprio, in quanto i milanesi si impadronirono del borgo nel 1292. Proprio da questo ruolo Gallarate trasse profitto, trasformandosi in un centro commerciale. Questa vocazione accompagnò la città anche in età sforzesca. Il centro storico, derivato dal borgo medievale fortificato, si raccoglie in forma ellittica in sinistra dell'Arno, torrente che fu spesso cagione di danni alla città per le frequenti inondazioni.

Dal XVI al XVIII secolo Gallarate finì - con l'intero Stato di Milano - sotto la dominazione prima francese e poi spagnola. Diventò un feudo, contea con aggregato il Grandato di Spagna, che fu trasmesso a diverse famiglie nobili fino all'abrogazione del feudalesimo nel 1797, (Bentivoglio, Caracciolo, Pallavicino, Altemps, Visconti e Castelbarco). Fra il 1786 e il 1787, Gallarate fu capoluogo di una delle province della Lombardia austriaca.

La dominazione napoleonica vide la cittadina partecipe della rivoluzione industriale, mentre nel periodo della 'restaurazione' fu teatro di molti dibattiti romantici, preparatori delle lotte di indipendenza e del Risorgimento, in quanto nella città vivevano Giuseppe e Pompeo Castelli, titolari di quella "farmacia del Rinascimento" dove, secondo la tradizione, Gerolamo Rovetta avrebbe ambientato il romanzo "Romanticismo". Oggi la farmacia è ancora esistente, colla denominazione di farmacia Dahò.

Con Decreto Luogotenenziale del 19 dicembre 1860, a firma del principe Eugenio di Savoia-Carignano, "Luogotenente Generale di S.M. nei Regii Stati" per conto di Re Vittorio Emanuele II, Gallarate fu insignita del titolo di città, titolo poi confermato quasi un secolo più tardi con provvedimento governativo di riconoscimento con D.p.c.m. 30 agosto 1952, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi. Fu uno dei cinque circondari in cui era divisa - in periodo post-unitario - la provincia di Milano.

Nel 1869 i confini della città furono allargati annettendo i soppressi comuni di Arnate e Cedrate, e nel 1923 quelli di Caiello e Crenna.

Nel dicembre del 1926 il governo fascista decise la creazione della nuova provincia di Varese ed il circondario di Gallarate, comprendente anche comuni di un certo rilievo demografico, quali Busto Arsizio, Legnano, Saronno e Rho, venne spartito fra la nuova provincia e quella di Milano. La città perse notevole importanza, data dall'abolizione dei circondari e, la conseguente chiusura della Sottoprefettura, sino ad allora ospitata nell'attuale Palazzo Borghi.

Gradualmente Gallarate si incentrò sempre più sul suo ruolo industriale, di cui oggi abbiamo traccia, oltre che nei centri ancora funzionanti, in molti capannoni in stile liberty, ormai abbandonati o riconvertiti e nelle numerose ciminiere (all'inizio del XX sec. era ancora nota come la città dalle cento ciminiere). In alcuni casi le fabbriche cittadine realizzarono villaggi operai, come il Villaggio Bellora, divenuti in alcuni casi veri nuovi quartieri, come Cascinetta.

FRAZIONI

Arnate. Di antica origine, forse sede di una fara longobarda, Arnate fu nel Medioevo parte del feudo di Gallarate, donato nel 1530 dal duca Francesco II Sforza al poi cardinale Marino Caracciolo, che nel 1564 venne permutato con il feudo di Atripalda nel regno di Napoli, cedendolo a Giacomo Pallavicino Basadonna, alla cui morte senza eredi, fu ceduto da re Filippo II di Spagna a Giacomo Annibale Altemps nel 1578. Nel 1656 il feudo passò ai marchesi Teobaldo e Galeazzo Visconti di Cislago e dal 1716 ai loro discendenti successori, i Castelbarco Visconti, fino all'estinzione del feudalesimo. Il comune di Arnate versava al feudatario di Gallarate un censo annuo e imbottato pari a 8 lire, non essendosi mai redento. Non vi risiedevano giudici ed era sottoposto al regio vicario del Seprio. Arnate non disponeva di alcun consiglio particolare, ma del consiglio generale, assistito da un giudice, con l'intervento del popolo e di due sindaci eletti; il console veniva scelto con pubblico incanto. I sindaci venivano eletti e permutati da biennio in biennio. Nel 1786 prese parte alla prima istituzione della Provincia di Gallarate poi Provincia di Varese, abolita però dopo soli cinque anni. Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1805 risultava avere 375 abitanti. Nel 1809 fu soppresso con regio decreto di Napoleone ed annesso a Cardano, per essere poi inglobato a Gallarate nel 1811. Il Comune di Arnate fu quindi ripristinato con il ritorno degli austriaci, e raggiunse il tetto di 723 residenti nel 1853 e 758 cittadini nel 1861. La definitiva soppressione per annessione a Gallarate arrivò nel 1869 a seguito del R.D. 24 febbraio 1869, n. 4922, a firma di re Vittorio Emanuele II.

Cajello.  Le prime notizie riguardanti il Vicus di Cajello risalgono all'epoca longobarda: viene infatti citato in un documento risalente all'anno 820 e in un testamento del 842. Successivamente fece parte della pieve di Gallarate del Ducato di Milano. Al censimento del 1751 conteggiò 238 abitanti. Nel 1786 entrò nella neocostituita Provincia di Varese, soppressa cinque anni dopo.

In età napoleonica (1809) al comune di Cajello fu aggregato il comune di Premezzo; due anni dopo il comune di Cajello venne aggregato al comune di Besnate; tutti i centri recuperarono l'autonomia nel 1816, con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

All'Unità d'Italia (1861) il comune di Cajello contava 420 abitanti; il comune venne soppresso ed aggregato a Gallarate nel 1923, quando risultava popolato da 1169 persone. Successivamente, a causa dell'espansione edilizia, il centro abitato venne inglobato nell'area urbana.

Crenna. Non si conosce con certezza l'etimologia del nome "Crenna". Potrebbe derivare da una parola presente in molti dialetti locali: crana, crena, che significa "fessura, screpolatura fra pareti rocciose" o "luogo sopra un colle". Nel '500, Bonaventura Castiglioni, canonico di Santa Maria alla Scala in Milano parla di créne [da Kréne, fonte], pare infatti, che il nome derivi dalla natura fertile del terreno. Tuttavia altri storici ritengono che Crenna indicasse una fortezza celtica presente in cima alla collina; altri ancora che Crenna significhi "trincea naturale, atta alla difesa". 

Crenna sorge sull'omonima collina di origine morenica, parte delle Prealpi Varesine, alture che si intromettono fra le Alpi e la Pianura Padana, situata a nord-ovest di Milano, tra il Ticino e l'Olona.

Non esistono reperti antichi ritrovati sul luogo, tuttavia si suppone che, vista la posizione favorevole, i primi ad insediarsi in questa zona, siano stati i Celti. Resti di civiltà Neolitiche (età della pietra) sono infatti presenti nella vicina zona archeologica di Golasecca e datati fra il 3000 e il 1400 a.C. Il più antico reperto di Crenna è una lapide del I secolo d.C., ritrovata nel 1963 vicino alla zona dove sorge l'attuale cimitero e recante la scritta: "Samioni Agatovis Filio Filicalus et Fronto", tradotta con: Filicalo e Fronto dedicano questa stele funeraria a Samione figlio di Agatove. I nomi citati sono tutti di origine romana e testimoniano la presenza dei Romani nella zona.

Seguono i secoli delle invasioni di popolazioni germaniche: i Visigoti di Alarico (402 d.C.), gli Unni di Attila (452), i Goti e i Bizantini, infine i Longobardi, che nel 569 invadono il nord-Italia e conquistano Milano, attribuendo alla regione il nome Lombardia. È questo, forse, il periodo in cui sorge il castello in cima alla collina.

Vi sono numerosi documenti datati fra il 974 e il 1161 che parlano di "Crena" e "Galerate". Esiste anche una testimonianza di ringraziamento a tale Alberto da Crenna, membro della Lega Lombarda, per il contributo alla Battaglia di Legnano del 1176 in cui venne sconfitto l'imperatore Federico Barbarossa. Nel secolo XII il castello venne parzialmente ricostruito e passò poi a quel ramo dei Visconti che dal luogo prese poi nome. Il feudo di Crenna comprendeva il paese, parte di Cedrate, parte di Cassano Magnago e Albusciago. Con la divisione dei beni familiari dei Visconti fatta nel secolo XII, toccò a Esterolo Visconti di Besnate (+pre 1400), Patrizio Milanese, capostipite del ramo dei Visconti di Crenna, cge per primo venne investito del feudo. La famiglia si estinse con Giambattista (+1722), Signore di Crenna dal 1719, passando ad altre linee. Per estinzione di altri rami familiari, nel 1769 figuravano consignori di Crenna: i Visconti marchesi di San Vito per 3/12, i Visconti conti di Lonate Pozzolo per 2/12 (tuttora esistenti nel ramo dei Visconti duchi di Modrone e di Grazzano Visconti), i marchesi Cusani Visconti per 2/12 e i Castelbarco Visconti, marchesi di Cislago e conti di Gallarate (tuttora esistenti), eredi degli estinti Visconti di Cislago anch'essi per 2/12. La restante parte era di Giambattista Visconti, morto senza eredi. Crenna fu così a lungo dal XVI secolo feudo della famiglia Visconti e non fu più protagonista di alcun fatto degno di nota.

La prima testimonianza dell'attuale chiesa principale di Crenna è del secolo XV, dell'arcivescovo Gabriele Sforza, il quale scrisse durante una visita pastorale: "Capela curata sancti Zenonis de Crena per homines, modiorum VI" (la chiesa di San Zenone in Crenna ha un reddito di moggia sei di grano all'anno). Il 23 giugno 1570 san Carlo Borromeo si recò in visita parrocchiale a Crenna.

Il territorio di Crenna confina a Nord con zone boschive, ben visibili dalla collina, che si estendono oltre la ferrovia che da Gallarate porta a Besnate. I boschi sono ricchi di castagni e producono varie specie di funghi commestibili.

Cascinetta, Centro, Madonna in Campagna, Moriggia, Ronchi, Sciarè

GOLASECCA (Va)

 

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Chiesa di Santa Maria Assunta

Secondo il racconto della costruzione della Chiesa di S. Maria Assunta redatto nel 1852 da don Antonio Tredici, parroco di Golasecca dal 1831 al 1873, la nuova chiesa, resasi necessaria per ospitare l'intera popolazione, venne costruita in meno di tre anni, e venne completata il 16 dicembre 1849. Anche la piazza subì un mutamento: per costruire la nuova chiesa fu demolito il vecchio tempio e scavata la collinetta su cui sorgeva, in modo da costruirvi una scalinata di accesso e dare più spazio al piazzale. Contemporaneamente vennero eretti i muretti dei “giardinetti” creando così l'attuale Piazza I Maggio. L'edificio è abbellito da alcuni dipinti di Luigi Tagliaferri come lo sposalizio di Maria e l'assunzione della Vergine; altri quadri degni di nota sono la Crocefissione di San Pietro di autore Caravaggesco, la Natività e la deposizione del Cristo, tutti di proprietà della Pinacoteca di Brera. In chiesa sono inoltre presenti altre opere d'arte provenienti dall'antica chiesa di San Michele come il pulpito il legno, un quadro di San Carlo al Lazzaretto e la Purificazione della Madonna attribuibile a Ercole Procaccini il Giovane. Magnifico è l'altare in marmo policromo dedicato alla Madonna del Rosario.


Chiesa san Michele
La posizione strategica del promontorio di san Michele aveva favorito in epoca longobarda, la costruzione di un fortilizio, come testimoniato, oltre che da alcune fonti archivistiche, dal nome della via che conduce alla chiesa (Via Piave – già Via Castello), ma anche dalla denominazione della zona circostante (bosco Castello). In seguito ad una recente frana sono affiorate le mura di cinta medioevali, come già erano visibili nell'area ovest dell'edificio. In epoca longobarda il castello di Golasecca avrebbe avuto una funzione difensiva e sarebbe stato in comunicazione visiva con quelli di Angera, Arona, con la turascia di Sesona, con il castello di Monte Sordo di Somma e con quello di Castelletto, a presidio del guado sul Ticino e sorvegliando inoltre la via Severiana Augusta, detta la Mercantera.

Attorno al XII secolo il castello fu distrutto per dar spazio al nuovo edificio di culto dedicato a San Michele. Della struttura antica rimangono le pareti laterali decorate con archetti di cotto, alcuni dei quali sopravvissuti sul lato nord vicino al campanile, mentre l'abside si suppone fosse situata sul versante di ponente in posizione quindi opposta a quella attuale. Nel XVI secolo vennero erette le cappelle laterali dedicate a San Carlo e alla “Purificazione della Beata Vergine Maria”, antica festa patronale di Golasecca; i dipinti che si trovavano nelle cappelle, sono ora custoditi nella chiesa di santa Maria. Nel secolo successivo fu eretto il campanile in stile piemontese (in precedenza vi era un campanile a vela proprio sopra l'abside), la facciata con il porticato e l'ossario laterale chiamato “casa dei morti” con una splendida finestra in granito per pregare i defunti. La zona circostante all'edificio era destinata a cimitero. La chiesa conteneva degli affreschi del XV secolo, come la “Crocifissione con la Madonna e san Giovanni” visibile fino a pochi anni fa; gli affreschi di San Michele e Sant'Ambrogio sono oggi custoditi nell'attuale chiesa parrocchiale. Sopra la cappella della Madonna è oggi possibile rintracciare uno stemma araldico appartenente a una famiglia nobiliare.

San Michele è stata chiesa parrocchiale fino al 1570 e successivamente è stata retta da confraternite denominate in varie epoche “dei Disciplinati”, “dei Morti” o “dei S.S. Sacramenti”. nel 1570 Carlo Borromeo la declassò a semplice sussidiaria della chiesa di Santa Maria in quanto amministrata dalla potente confraternita degli Umiliati a lui ostili. Gli Umiliati di Golasecca avevano sede nel convento posto di fronte alla chiesa di san Michele. Il muro di cinta di settentrione era decorato con cappelle della Via Crucis, con archi posti all'inizio ed alla fine del sentiero in ciottolato. In mezzo vi fu collocata una colonna a ringraziamento per la fine delle pestilenze. Nel 1927 la chiesa fu ristrutturata, costruendo l'attuale portico di entrata, il lavatoio pubblico e piantando i tigli a ricordo dei morti della Prima guerra mondiale, costituendo il Parco delle Rimembranze.

Oggi la chiesa si trova in uno stato di forte degrado.

Chiesa di San Rocco

Risalente al XIV secolo, custodisce la statua lignea del santo che ogni anno viene portata in processione per le vie del paese in ricordo di un voto fatto dalla popolazione di Golasecca nel 1817, per placare l'epidemia di tifo che imperversava nel paese. Grazie alle opere di restauro del 1987-88, tornarono a splendere diversi affreschi risalenti tra il XIV e l'inizio del XVI secolo come San Rocco, San Sebastiano, i santi Cosma e Damiano; da ammirare la Madonna affrescata a lato dell'abside e lo stemma dei Visconti con i leoni correnti (simbolo di pace) anziché ruggenti.

Chiesa del Lazzaretto

Realizzata durante il periodo della famosa peste di Manzoniana memoria e dedicato ai santi Simone e Giuda. Al suo interno vi sono ancora alcune stampelle appartenute agli appestati. Ospita inoltre la statua del Cristo Morto che secondo la tradizione fu abbandonata a bordo di una barca e portata dalla corrente del Ticino, fino alla spiaggia della Melissa.

Chiesa di Santa Maria degli Angeli

Risalente anch'essa al XV secolo, ma originariamente dedicata a Santa Caterina, fu successivamente ampliata abbellita con un piccolo campanile e con un affresco raffigurante la fuga in Egitto della Sacra Famiglia.


Chiesa di Sant'Antoni Abate
Risalente al XV secolo, delimitava l'abitato di Golasecca sulla strada per Somma.

Chiesa di San Pietro al Pescatore

Proprio in prossimità della prima rapida della Miorina, paroni di Golasecca realizzarono la cappella di San Pietro al pescatore, oramai in stato di abbandono, per proteggersi dal pericoloso e lungo viaggio lungo il fiume Ticino. I barcaioli di Golasecca arrivavano non solo fino a Milano o Pavia ma continuavano la navigazione lungo il fiume Po, fino a Venezia. Il viaggio durava anche due o tre mesi.

Il Monsorino
Con le attigue necropoli del Galliasco e delle Corneliane, fu la prima area sepolcrale della Civiltà di Golasecca indagata e pubblicata nel 1824 dall'Abate Giovan Battista Giani, a cui seguiranno progressive ricerche e studi di illustri paleontologi italiani ed europei. Qui il Giani ritrovò ben cinquanta tombe con ceramiche ed oggetti metallici risalenti tra il 750 ed il 600 a.C. Nel 2001 l'area archeologica, per un'estensione di 7000 m² e comprendenti tre cromlech e due allèe, è stata inserita nel patrimonio archeologico dello stato italiano.

La strada della Mercantera
Era la strada che durante il periodo romano collegava la capitale dell'impero, Mediolanum (Milano), al Lago Maggiore passando per il guado del Ticino. Anche durante il Medioevo questa valle fu molto trafficata: la chiamarono prima Mercantera, poi Ducale e poi Rhoense. Era l'antica via di comunicazione che uscendo da Milano, raggiungeva Rho, Legnano, Castellanza, Gallarate e arrivava al ponte dello Strona al confine con Somma; questa strada fu abbandonata nel 1806 quando fu costruita la moderna strada del Sempione. Sulla strada vi era un flusso continuo di carovane guidate dai “mastri di posta”: figura mista tra imprenditore ed il funzionario statale e che annunciava la sua partenza con il suono del corno.

La peschiera del Cimìlin

Le peschiere erano delle costruzioni di sassi e bastoni a forma di “V” con la punta rivolta verso valle immerse nel fiume. La punta era rialzata e chiamata Castelletto; sopra di questa i pescatori vi disponevano degli assi di legno sotto i quali andavo a fermarsi di notte i pesci. Al mattino i pescatori infilavano nel castelletto un lungo bastone per far scappare i pesci che finivano per essere catturati in una rete posta in precedenza a monte della peschiera. I pesci venivano poi conservati nelle ghiacciaie comunali. Dopo la Civiltà di Golasecca è il monumento più antico del territorio, ancora più antico della stessa chiesa di san Michele.

STORIA

È inevitabile, quando si parla di Golasecca, fare riferimento ad un periodo storico molto lontano da noi, periodo durante il quale fiorì una cultura molto sviluppata per quei tempi, e di cui rimangono, a tutt'oggi, importanti testimonianze, sia sulle colline che si sviluppano lungo la valle del Ticino (sommità del Monsorino), sia in alcuni musei della zona.

Va detto subito che Golasecca in dialetto si chiama ancora "Uraséa" o "Uraseica" e che questi nomi, che derivano dalla radice "our", sono preceltici, probabilmente di origine iberica o mediterranea, e indicano le acque fluviali. Inoltre si può tranquillamente affermare che la storia di Golasecca si può ricostruire più dalla lettura dei reperti archeologici che dalle fonti di archivio.
Quella che fiorì in età protostorica era una cultura che rappresentava, in ambito subalpino, l'ultima espressione della civiltà centro-europea dei campi d'urne, compresa fra l'età del bronzo recente (1300 a.C.) e l'età del bronzo finale (1200-800 a.C.). I campi d'urne erano campi prescelti come necropoli di individui cremati, i cui resti ossei erano depositati in urne, solitamente di terracotta, sistemate a breve distanza l'una dall'altra.
La cultura di Golasecca viene cronologicamente divisa in tre periodi: i primi due vanno dall'VIII secolo alla prima metà del V secolo a.C., il terzo coincide con la cultura La Tène A-B della seconda età del ferro e arriva fino al III secolo a.C. Le prime testimonianze archeologiche risalgono però all'età del bronzo finale (IX secolo), anche se le incisioni rupestri di Sesto Calende sono probabilmente più antiche e ascrivibili ad un substrato locale preceltico.
La cultura di Golasecca rappresenta la prima forma evoluta di un mondo artigianale nel quale sono già presenti alcuni caratteri delle società storiche, come ad esempio l'uso specializzato dei materiali e la volontà dell'uomo di adeguare il territorio alle proprie esigenze. Con la scoperta dei metalli non solo si erano costruiti nuovi strumenti ma era cambiato anche il rito funebre, cosicché al rito inumatorio ispirato al culto della madre terra era subentrato il rito crematorio determinato anche dalla religione solare.
Gli studi sulla cultura di Golasecca hanno visto protagonisti numerosi esperti, a partire dal primo, l'abate Giovan Battista Giani nel 1824, per proseguire con il De Mortillet, il Castelfranco, il Bertolone, il Rittatore Vonwiller, l'architetto Angelo Mira Bonomi, il quale ha analizzato in maniera approfondita l'evoluzione della cultura di Golasecca, dai suoi antecedenti all'invasione gallica e alla dominazione romana.
Le ricerche effettuate sull'insediamento, il restauro dei monumenti sepolcrali del primo periodo al Monsorino, la scoperta dell'abitato con lo scavo di alcuni fondi di capanna e il successivo studio dei reperti, l'analisi dei corredi delle sepolture, la lettura della loro stratigrafia orizzontale, dei sistemi di costruzione delle tombe e della capanne, hanno reso possibile riflettere e valutare quale fosse il tipo di vita e di organizzazione sociale di questa gente.
Quelli che possiamo ammirare dalla sommità del Monsorino, suddivisi in tre settori, sono i monumenti del primo periodo della cultura di Golasecca (750-600 a.C.), tra i più antichi d'Italia: essi rappresentano i reperti più qualificanti di questa interessante comunità e certamente gli unici pervenuti pressoché intatti dopo la distruzione e la dispersione dei reperti, operata soprattutto in questo ultimo arco di secolo.
Le ricerche ed il restauro di liberazione dal terreno dei monumenti vennero effettuati durante le campagne di scavo 1965-69 da una squadra archeologica gallaratese e furono seguiti, per conto della Sopraintendenza ai Beni Archeologici, dal Mira Bonomi
Nel primo periodo della cultura (800-600 a.C.) le capanne, distribuite in prevalenza lungo il primo terrazzamento del fiume, sulle sponde opposte, avevano una pianta circolare, con al centro il focolare, dal diametro di circa 5-6 metri, cintate da un basso muro di pietre e pavimentazioni in ciottoli fluviali scheggiati infissi nell'argilla.
Questi pavimenti erano ricoperti di stuoie ad intreccio; la copertura delle capanne si pensa fosse lignea con delle nervature concentriche che venivano a formare una calotta. Sono stati ritrovati vari tipi di ceramica, modellata a mano con motivi ornamentali tradizionali: tali decorazioni venivano rese evidenti dall'uso del gesso. Evoluta era la tecnica di lavorazione della pietra, dell'osso e del legno: venivano utilizzati i ciottoli di serpentino scelti tra le ghiaie del fiume, la selce e l'ossidiana. Il cibo veniva raccolto in grandi recipienti di terracotta modellati a mano. L'uso della ruota è accertato dai carri rinvenuti nelle due Tombe di Guerriero, a Sesto Calende.
Gli insediamenti erano basati soprattutto sulla pastorizia e sull'allevamento delle capre, delle pecore, del maiale, del bovino e del cavallo. Si coltivavano ortaggi, radici, frutta, noci, legumi, cereali.
I tronchi di conifere ad alto fusto venivano usati come materiale di costruzione. Le barche venivano ricavate scavando tronchi d'albero, come dimostrano la canoa di Castelletto Ticino al museo dell'Isola Bella e quella reperita a Porto della Torre.
Gli utensili meccanici sono rari ma l'arte del metallo era in uso.
La scrittura era caratteri sillabici o alfabetiformi, documentata su reperti in pietra e incisa o impressa sulla ceramica.
Tutto ciò rivela un popolo ben organizzato ed evoluto, ma è nell'arte funeraria che si tocca al massimo; tra l'altro tale aspetto è il più conosciuto. Il culto degli antenati imponeva il rispetto dell'area adibita a sepolture e quindi le rotazioni agrarie e i disboscamenti non intaccavano l'area sacra dedicata al culto dei defunti.
Nel primo periodo i sepolcreti sono caratterizzati da posizioni dominanti, esposti al sole e con particolari orientamenti. Diversi sono i sistemi costruttivi delle sepolture: in nuda terra, in cista di ciottoli a pozzo con sovracopertura. Anche i cromlechs (circoli di pietre) e gli allineamenti sono caratteristiche costruzioni collettive per il culto degli antenati. Le sovracoperture risultano molto rare. I corredi delle sepolture sono composti dall'urna cineraria fittile e da un vasetto accessorio o bicchiere di forma tondeggiante. Successivamente il corredo ceramico appare a volte arricchito con la presenza di coppe ad alto piede e vari accessori anche immanicati e decorati.
Il corredo di oggetti in bronzo, solitamente di abbigliamento, consta di spille, spilloni, fibbie decorate di cinturoni, bracciali, anelli, orecchini, pendagli, collane.
Nel secondo periodo (600-450 a.C.) permane l'uso funerario della cremazione, ma gli insediamenti si espandono nell'entroterra allontanandosi dal fiume.
Dai dati archeologici emerge che l'insediamento di Golasecca - Sesto Calende - Castelletto Ticino mantenne inalterate le caratteristiche indigene e solamente nel VII-VI secolo a.C., in reperti di alcune sepolture dei ceti emergenti, si possono notare influenze di differenti centri propulsori. La persistenza dei caratteri autoctoni determinò un particolare momento di crisi, insieme ad altri fenomeni sociali, politici, ambientali e ciò si avverte, dal punto di vista archeologico, alla soglia del V secolo a.C., con l'abbandono dei luoghi, l'esaurimento del mondo pastorale, l'interesse verso nuovi insediamenti in pianura.

(Fonte: Periodico "Comune di Golasecca" Anno 18 N. 2 Autore: Luca Simonetta)

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