BOLLATE (Mi)

 

Bollate è un comune italiano  della città metropolitana di Milano in Lombardia. Integrato nella conurbazione dell'hinterland milanese, è uno degli 11 comuni nell'area del Parco delle Groane.

Bollate è a nord ovest di Milano, a circa 12 chilometri a nord dal centro del capoluogo, mediamente a 150 m s.l.m. 

Il nome Bollate ha due possibili interpretazioni: l'una lo individua derivante dal celtico beola, ovvero betulla, con riferimento agli alberi di tale specie che ancora al giorno d'oggi sono presenti in parte del suo territorio, precisamente nella zona di Castellazzo, dove il terreno a ferretto delle Groane permette la presenza di questa specie tipica della montagna e delle prealpi. L'altra interpretazione fa risalire il toponimo al termine di derivazione latina bula, pozza d'acqua, con riferimento ai fontanili, presenti in gran numero sul territorio bollatese. Bollate si trova infatti sulla linea delle risorgive.

I primi insediamenti dei Celti nella pianura padana sono datati intorno al V secolo a.C.; a testimonianza di una presenza stabile nel territorio a nord di Milano sono ascrivibili i ritrovamenti di tombe celtiche a Paderno Dugnano, Castellazzo, Garbagnate e a Baranzate (nella zona di via Nazario Sauro).

Come noto, i combattimenti tra Celti e Romani furono lunghi e cruenti iniziando dal II secolo a.C., quando i Romani conquistarono parte della Gallia Cisalpina, e terminarono verso il 50 a.C. dopo che Giulio Cesare conquistò la Gallia Transalpina e concesse la cittadinanza romana ai Celti. In età romana era presente un insediamento militare fortificato collocato in posizione molto prossima all'attuale centro cittadino (via Roma, vicolo dei Romani, Cantun Sciatin) a sinistra del torrente Pudiga. Tra il V e il VII secolo d.C. divenne una delle pievi più importanti del territorio a nord di Milano. Da Bollatum, nome romano di Bollate, passava la Via Mediolanum-Bilitio, che metteva in comunicazione Mediolanum (Milano) con Luganum (Lugano) passando da Varisium (Varese).

Il documento più antico che cita il moderno toponimo di Bollate (o meglio Bolate) è relativo alla donazione di terreno alla Chiesa prepositurale di San Martino (ancor oggi patrono della città) nel 1039. Nell'XI secolo Milano acquistò una crescente importanza ed indipendenza dal Sacro Romano Impero. Distrutta nell'aprile del 1162 da Federico I Barbarossa, rinacque dopo la vittoria della Lega Lombarda nella battaglia di Legnano. La pieve di Bollate sostenne inizialmente la lotta dell'imperatore Federico Barbarossa contro Milano; Ambrogio da Bollate guidò i propri compagni nei combattimenti ingaggiati a porta Vercellina dove morì nel 1161. Successivamente cambiarono alleanza e, aderendo alla Lega Lombarda, combatterono a fianco dei milanesi nel corso della famosa battaglia di Legnano del 29 maggio 1176. Da documenti della pieve di Bollate è possibile dedurre che a quell'epoca il comune fosse cinto da mura e disponesse di due castelli: uno sul torrente Pudiga (nel tratto ora tombinato) tra attuali piazze Solferino e San Francesco e l'altro vicino a vicolo dei Romani.

La pieve di Bollate spopolatasi al tempo delle lotte tra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini, cui seguirono quelle tra i Visconti e i Torriani, e successivamente funestata dalla peste, nel corso del medio evo perse gradualmente la sua rilevanza. Intorno al 1570 si trasformò in contea che divenne feudo dello spagnolo don Jorge Manriquez de Lara. Agli inizi del Seicento la contea evolve in marchesato alle dipendenze del Ducato di Milano.

Il governo di Napoleone dispose un potente ampliamento del comune: nel 1809 furono annessi Baranzate e Roserio, nel 1811 furono incorporati Novate, Vialba e Cassina Triulza, salendo da 1459 a 2898 abitanti. Nel 1812 il generale Carlo Badile si spinse fino alle porte di Milano con l'intento di annettere con le armi la famigerata contrada cisalpina di Quarto Oggiaro, rinomata per la produzione di lame e mirra. Dopo un assedio di 46 giorni, l'intervento austriaco spinse i bollatesi oltre le rive del Seveso. Tuttavia gli animi espansionistici da quel giorno non furono mai più sopiti.

Con regio decreto del 17 marzo 1869 Bollate annesse Baranzate e Cassina Nuova. Significativo l'aumento della popolazione negli anni novanta, per effetto della massiccia urbanizzazione (oltre 700.000 m² di edificazioni residenziali): gli abitanti del comune, prima della separazione di Baranzate, erano arrivati a 50.000. La frazione di Baranzate è stata eretta comune autonomo con legge regionale 22 maggio 2004 n. 13 in vigore dall'8 giugno 2004. Al netto degli abitanti di Baranzate, la popolazione (dicembre 2006) del comune di Bollate risulta essere di 37.360 unità.

FRAZIONI

 Ospiate,

Cascina del Sole

Le prime testimonianze della sua esistenza risalgono a una pergamena del 1289 della Chiesa di S. Lorenzo in Milano, unita a un documento del Comune di Milano dell'anno successivo, che cita fra le proprietà del Monastero di Santa Maria del Lentasio due campi situati ad Cassinam de Sole. Secondo lo studioso di toponomastica Dante Olivieri, la frazione è stata così chiamata perché ben esposta al sole.

Cassina Nuova

Fu un antico comune del Milanese, chiamato nei documenti d'epoca spagnola come "Cassina Nova de' Dugnani". Nell'estimo voluto dall'imperatrice Maria Teresa nel 1771 risultava avere 502 abitanti. Nel 1809 fu soppresso ed annesso a Cassina Amata, a sua volta incorporata nel 1811 a Senago. Il comune venne ripristinato con il ritorno degli austriaci, col nome modernizzato di "Cassina Nuova". Fu nuovamente soppresso nel 1869 e fu aggregato coi suoi 906 abitanti a Bollate.

Castellazzo

Castellasc. Castellazzo fu un antico comune del Milanese. Nell'estimo voluto dall'imperatrice Maria Teresa nel 1771 risultava avere 240 abitanti. Nel 1809 fu soppresso con regio decreto di Napoleone ed annesso a Garbagnate, per essere poi ripristinato con il ritorno degli austriaci. Fu nuovamente soppresso nel 1841 con regio dispaccio del governo del Lombardo-Veneto, ma per essere stavolta incorporato a Bollate.
L'abitato si è sviluppato attorno alla storica Villa Arconati, già monumento nazionale, chiamata anche il Castellazzo, che dà il nome alla frazione. Questa è teatro tutte le estati del Festival di Villa Arconati, un'importante manifestazione musicale che si svolge nella suggestiva cornice della villa nei mesi di giugno e luglio. L'ultima residente di Villa Arconati, Donna Beatrice Crivelli fu l'ultima garante di tutela del patrimonio costituito da Villa, Corti e vecchie Fornaci. Venendo nel frattempo a mancare, gli eredi vendettero l'intera proprietà ad alcune immobiliari, che non persero tempo nel monetizzare quanto potevano traendo il massimo dei guadagni. Vennero inoltre predisposti alcuni progetti che prevedevano un'edificazione intensiva su queste aree, che sarebbero state inevitabilmente compromesse. Oltre al riutilizzo delle vecchie corti, questi progetti prevedevano l'utilizzo delle originali volumetrie delle vecchie fornaci, con cambio di destinazione d'uso da aree industriali ad aree residenziali. A tutto questo si aggiungeva poi la progressiva espulsione dei vecchi affittuari delle corti, scongiurata anche grazie all'Associazione Amici di Castellazzo.
Il 7 giugno 1918 un'esplosione distrusse la fabbrica di esplosivi Sutter & Tehevenot provocando la morte di sessanta operaie soprattutto donne e ragazze. Fra i militari chiamati per la sistemazione dell'area c'era anche Ernest Hemingway, all'epoca volontario nella Croce Rossa Americana, che citò l'episodio nel racconto Una storia naturale dei defunti nell'antologia I quarantanove racconti.
Storicamente la frazione di Castellazzo è da sempre attraversata dai binari della linea ferroviaria Milano-Saronno delle Ferrovie Nord Milano. Fino al 1990 era inoltre attiva la piccola e funzionale stazioncina, storicamente utilizzata dalle maestranze occupate nelle vicine fornaci e cave di argilla per la produzione di laterizi, ben visibili nel film Il sole sorge ancora commissionato dall'A.N.P.I.. Il film venne girato nel 1946 nelle fornaci, nelle corti di Castellazzo, oltreché all'interno della Villa Arconati per la regia di Aldo Vergano. Essa venne soppressa e mai più riattivata con i lavori di quadruplicamento della linea ferroviaria Milano-Saronno di Ferrovie Nord Milano, attivato successivamente al 1990, nonostante le proteste della popolazione locale. Oggi se ne auspica la riapertura, come fermata impresenziata e "a banchina centrale" sui due binari dedicati alle linee del Servizio ferroviario suburbano di Milano innanzitutto per ridurre il senso di isolamento degli abitanti della frazione con Bollate e per permettere una maggiore accessibilità a Castellazzo nei giorni di maggiore affluenza domenicale/festiva e in concomitanza del Festival.
STORIE DA NON DIMENTICARE
fabbrica di esplosivi Sutter & Tehevenot
L’intensità ed il prolungarsi del conflitto impose la creazione di sistemi di produzione di materiale bellico per far fronte alle sempre maggiori necessità. Per l’approvvigionamento di bombe e granate destinate alla fanteria impegnata sul fronte l’Esercito Italiano fece ricorso alla società svizzera Sutter che, su licenza della società francese F Thèvenot insediò un impianto di produzione a Castellazzo di Bollate. La scelta del luogo è attribuibile alla distanza dai centri urbani, alla vegetazione circostante che permetteva di celare l’attività svolta e soprattutto alla vicinanza sia della linea ferroviaia Milano Saronno che del deposito militare di Ceriano Laghetto. L’inizio dell’attività inizia il 6 novembre 1916 da parte della ditta Sutter e Thèvenot in località “Fornace Bonelli” a Castellazzo. In data 8 giugno 1917 viene concesso dal sindaco un ulteriore ampliamento degli edifici che arriverà ad un totale di 40. Le donne fornirono una grandissima parte della manodopera necessaria costituita da oltre 400 addetti. Terminato il conflitto la fabbrica venne smantellata anche su richiesta della Giunta Municipale che, come risulta in verbale dell’inizio del 1919, pregava il Sindaco di “insistere presso le autorità competenti perchè venisse tolto completamente il polverificio nel più breve tempo possibile”.
Venerdì 7 giugno 1918, alle ore 13,50, lo stabilimento Sutter & Thèvenot è scosso da una devastante esplosione che provoca, fra le operaie addette alla produzione, oltre una sessantina di vittime. Non fu mai possibile stabilirne il numero definitivo in quanto la violenza dello scoppio, avvenuto verosimilmente nel reparto spedizione dove vi era la massima concentrazione del materiale esplodente, disperse i resti di molti corpi, e nulla si seppe in seguito della sorte di moltissimi feriti. Le donne bollatesi e castellazzesi che persero la vita portavano cognomi come Strozzi, Somaschini, Taveggia, Fusi, Minora, Recalcati, Conconi. La descrizione di quanto accaduto è riportata nelle pagine del Chronicon della Parrocchia di San Guglielmo di Castellazzo.
Ecco che attorno ad una fabbrica che sorgeva nella campagna milanese si incrociano, in modo fortuito due artisti di primissimo piano. Il grande fotografo, un vero e proprio artista per l’epoca, ed il grande scrittore: Luca Comerio ed Ernest Hemingway. L’immagine e il dramma, la realtà lavorativa ed il racconto della tragedia.
Sia pure in occasione di una circostanza così tragica come la terribile esplosione avvenuta nello stabilimento Sutter & Thèvenot, Ernest Hemingway – non ancora famoso – si trovò a passare sul territorio di Bollate. Ciò avvenne appunto il 7 giugno 1918. Arruolatosi volontario nella Croce Rossa Americana come guidatore di autoambulanze, il giovane Hemingway fu chiamato in servizio nel primo pomeriggio e fu inviato sul luogo del disastro per prestare soccorso. Per il giovane la vista dei corpi dilaniati dall’esplosione fu un trauma tremento. Da questa visione non si liberò mai, tanto da portarlo a scriverne, quattordici anni dopo, nel racconto “Una storia naturale dei morti” che divenne poi parte della raccolta “I 49 racconti” pubblicati del 1938.
Ecco come Hemingway ricorda la sua terribile esperienza:
“Quanto al sesso dei defunti, è un dato di fatto che ci si abitua talmente all’idea che tutti i morti siano uomini che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente. La prima volta che sperimentai quest’inversione fu dopo lo scoppio di una fabbrica di munizioni che sorgeva nelle campagne intorno a Milano, in Italia. Arrivammo sul luogo del disastro in autocarro, lungo strade ombreggiate da pioppi e fiancheggiate da fossi formicolanti di animaletti che non potei osservare chiaramente a causa delle grandi nuvole di polvere sollevate dai camion. Arrivando nel luogo dove sorgeva lo stabilimento, alcuni di noi furono messi a piantonare quei grossi depositi di munizioni che, chissà perché, non erano saltati in aria, mentre altri venivano mandati a spegnere un incendio divampato in mezzo all’erba di un campo adiacente; una volta conclusa tale operazione ci ordinarono di perlustrare gli immediati dintorni e i campi circostanti per vedere se ci fossero dei corpi. Ne trovammo parecchi e li portammo in una camera mortuaria improvvisata e, devo ammetterlo francamente, la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne.”

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Villa Arconati

Chiesa di San Martino fine sec. XVI - fine sec. XX

Palazzo Seccoborella biblioteca comunale

Oasi Il Caloggio
L’oasi WWF Il Caloggio si trova nella zona più meridionale del Parco delle Groane, nel comune di Bollate. All’interno dell’oasi scorre il torrente Nirone, attualmente il corso d’acqua naturale con acque più pulite fra il Ticino e l’Adda. Vi si accede superando, sopra un ponticello, un piccolo canale, ramo secondario del Villoresi. Il sentiero è percorribile in circa 20 minuti a piedi e introduce il visitatore in un ambiente caratterizzato da una grande biodiversità, con tantissime specie di piante e di animali. All’interno dell’oasi WWF Il Caloggio è anche presente un’area ricca di piante nettarine che attirano moltissime farfalle. Per questo motivo quest’area è conosciuta come “giardino delle farfalle”.

Convento dei Girolamini - Madonna dei Sette dolori a Castellazzo di Bollate

Il borgo di Castellazzo, che si raggiunge percorrendo via Campazzino, si estendeva su entrambe le rive del Cavo Ticinello, usato per secoli per l’irrigazione dei campi circostanti. Il borgo era costituito da un castello, di cui, durante i lavori di scavo della via Virgilio Ferrari, pare siano stati reperiti resti di antichissime mura, pertanto è probabile che il castello fosse da quelle parti. Qui si trovava il Convento dei Girolamini, ormai scomparso, di cui restano i rustici, edifici riservati al personale alle dipendenze del monastero, con addossata una piccola cappella quattrocentesca dedicata alla Madonna dei Sette dolori (presso cui ancora oggi si recita il Rosario, secondo l’antichissima tradizione del borgo), la cascina Giostra (antica costruzione risalente al 1755, di cui purtroppo sono andate perdute le caratteristiche originarie) e il ponticello quattrocentesco sul Ticinello.
L’ordine monastico dei Girolamini fu fondato dal beato Tomaso da Siena nel XIV secolo in Spagna; in breve l’ordine si estese ed ebbe numerosi conventi. Il duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, devoto a S. Girolamo, chiamò nella sua città i Girolamini perché fondassero un monastero e costruissero una chiesa per i fedeli della zona. A tal fine donò loro ampi territori a sud di Milano dove sorgeva un castello, denominato Castellazzo, perché antico e vetusto e non, come si ritiene da alcuni, perché appartenuto ad Azzo Visconti. Pare che detto Castellazzo fosse quello fatto edificare da Barbarossa nel territorio del Vigentino per controllare Milano e i suoi esuli dopo la distruzione della città. Dallo stesso castello sarebbe stara ricavata una parte del monastero, costituito da un chiostro quadrato su cui si affacciavano la chiesa e gli ambienti destinati alla vita comunitaria dei monaci. Poco distante, lungo il Cavo Ticinello, già esistente nel dodicesimo secolo, sorgeva la foresteria del monastero dei Girolamini, chiamata anche Cascina Castellazzo, tuttora visibile, che nella metà meridionale ora ospita un ristorante e in quella settentrionale una abitazione privata. Nella metà adibita a ristorante sono ancora visibili i muri in mattoni a vista, i pavimenti in pietra e i soffitti in legno, nonché una scaletta quattrocentesca molto particolare, che conduceva dal piano terra, che ospitava le stalle, al piano superiore dove abitavano i salariati che lavoravano sia nelle stalle che per fornire i servizi comuni (ad esempio il fabbro); infine, in quella che doveva essere la corte della cascina si trova ora un piacevole giardino.
I Girolamini, divenuti i proprietari terrieri della zona, trasformarono il loro monastero in un centro politico e culturale di primaria importanza nella Lombardia del 1400. A Brera, ancora oggi, si conservano 60 codici manoscritti realizzati dai monaci. Ospitarono tra le loro mura anche importanti prelati affinché imparassero il rito ambrosiano prima di esercitare la carica di arcivescovo di Milano, tra cui il vescovo Francesco Piccolpasso nel 1400 e due secoli dopo il cardinale Cesare Monti, come riportato in una lapide ancora presente accanto alla cappella. Nel tempo la disciplina cominciò a languire, pare infatti che i frati avessero preso abitudini non proprio virtuose; testimoni dell’epoca riportano che: “si vantano di non applicar mai la messa Conventuale per i benefattori o fondatori, benché abbiano da quelli avuto in dono la maggior parte de’ fondi che possedono. Nissun aiuto spirituale riceve da loro il popolo, né gli è punto affezionato. Fuori del Chiostro altre volte hanno cagionato gravi scandali: di presente si contentano di girar per le case de’ Rustici, e trattenersi in ciance colle femmine.” “Poco frequentata è la loro chiesa.”. Nonostante ciò, il convento era stato uno dei più importanti del ducato di Milano. Dopo anni di ricchezza, con l’avvento di Napoleone e della Repubblica Cisalpina il convento venne soppresso e i suoi beni dispersi o trafugati. A riprova del prestigio dei Girolamini vi era anche la pregevole copia dell’Ultima cena, realizzata da Andrea Solario, allievo di Leonardo da Vinci, e a lungo conservata nel monastero. La tela, purtroppo, è andata distrutta durante i bombardamenti della II Guerra mondiale che colpirono anche il refettorio di Santa Maria delle Grazie, luogo dopo era stata collocata a seguito della soppressione dell’ordine.
Il Santuario della Fametta
 A circa 800 metri dalla chiesa parrocchiale di Castellazzo in luogo solitario ed ombreggiato da alte conifere a cui si accede per un viale ornato da platani, sorge un piccolo oratorio con portico davanti, dedicato alla SS Maria Vergine detto "la Fametta". A ridosso s’innalza a forma di larga torre una casetta attualmente disabitata.
All’interno della chiesetta c’è il dipinto della Madonna della Fametta l’opera realizzata da un pittore ignoto, è un olio su tavola in legno, raffigura la Vergine con il mantello sotto il quale appaiono vari personaggi con costumi del 1600.
La povera pala ha subito di recente parecchie vicessitudini: il 9 maggio 1982 il pittore Ambrogio Allievi l’aveva restaurata e ripulita dal fumo delle candele ma, il 28 giugno 1993, è stata rubato da ignoti.
Nell’ottobre 1995 è stata ritrovata dai Carabinieri presso un ricettatore di Garbagnate e con la commozione del Parroco e degli abitanti è stato provvisoriamente posta nella chiesa Parrocchiale dove, successivamente, subiva anch’essa l’attacco di ignoti che la danneggiavano.
Solo a maggio del 2000 la pala è tornata nella chiesa della Fametta da sempre meta di pellegrinaggio in attesa del restauro.
L’oratorio della Fametta è visitato da molti devoti che vengono anche dai paesi vicini, dai ricordi di don Carlo Gianola risulta che anticamente la festa dell’annunciazione veniva celebrata sia a Castellazzo che nella chiesa di Santa Maria Rossa in Garbagnate, causando parecchie controversie senonché il Cardinale Arcivescovo Pozzobelli, per troncare la questione che durava da anni, nel 1774 stabiliva che la festività dell’annunciazione spettasse alla chiesa di Garbagnate.
Comunque anche quest’anno si sono svolte le celebrazioni dell’Annunciazione presso La Fametta con la presenza di persone provenienti dai paesi vicini.
Curiosità: il "Carcere di Bollate"

Il Carcere di Bollate, nonostante il nome, non si trova a Bollate, ma sul territorio dei comuni di Baranzate e di Milano. Il nome "Carcere di Bollate" fu dato alla struttura penitenziaria perché quando questa fu inaugurata, nell'anno 2000, Baranzate faceva parte del Comune di Bollate. Baranzate si scorporò da Bollate nel 2004, ma al carcere non è mai stato cambiato nome.

Birreria Las Vegas

VILLA ARCONATI a Castellazzo di Bollate (Mi)

Con i suoi dodici ettari di giardino, Villa Arconati è vera e propria scoperta. Famosa anche per i suoi deliziosi giochi d’acqua, la piccola Versailles italiana, nota anche come Castellazzo, mostra ancora un fascino senza tempo, intatto da quattro secoli.
Precedentemente appartenuta al Marchese Guido Cusani, la villa passa nel Seicento a Galeazzo Arconati, cugino del cardinale Federico Borromeo, per divenire un vero e proprio scrigno d’arte e cultura.
Divenuto una dei più illustri esempi di villa di delizia a Nord di Milano, l’edificio è circondato da un monumentale giardino con giochi d’acqua e complessi statuari di grande pregio. Il palazzo ospita settanta sale, tra cui una meravigliosa sala da ballo ricca di stucchi e dorature, la sala dei ricevimenti con gli affreschi dei Fratelli Galliari e la scultura classica originale di Tiberio sotto la quale la leggenda vuole essere stato pugnalato Giulio Cesare.
L’alberato Viale dei Leoni dà accesso a Villa Arconati, elegante esempio di barocchetto lombardo, Al piano terra si trovano il Salone del Museo, le Sale degli Ovali con i loro affreschi; il gabinetto per il monumento di Gaston de Foix del Bambaja, la Biblioteca, la Sala Rossa, utilizzata originariamente come sala da gioco, con affaccio sul portico e sul parterre settecentesco alla francese delle Ballerine, e poi le scuderie e il deposito delle carrozze. Dallo Scalone d’onore si accede al piano nobile della villa, con gli appartamenti delle donne, il Salone della Musica (o “galleria degli stucchi”), la Biblioteca Busca. Al piano nobile si trovano anche gli appartamenti da parata di Giuseppe Antonio Arconati, tra i quali spicca per eleganza e opulenza la Stanza Rosa che, con il retrostante Studiolo Turchino e la Sala da ballo.
Villa Arconati è famosa per il suo monumentale giardino, costruito seguendo gli studi del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci. Dodici ettari di verde, tra teatri, sculture e giochi d’acqua, vera attrazione del complesso fin dal Seicento. Teatro di Andromeda con la sua pavimentazione a mosaico che nascondeva tanti piccoli zampilli, e quelli del Teatro di Diana, dotato di originali meccanismi idraulici. Scalinata dei Draghi, che prende il suo nome dalle figure in pietra che accompagnano il passaggio dei visitatori dal Teatro Grande, detto anche “delle Quattro Stagioni”, al parterre settecentesco. L’acqua alle fontane e dei numerosi giochi d’acqua presenti nel giardino viene alimentata dalla Torre delle acque, opera di ingegneria idraulica d’avanguardia ad opera di Giovanni Gianda. La torre sovrasta la Limonaia che collega la villa agli altri corpi del Giardino. I parterre e i portici verdi creavano all’interno del giardino quinte teatrali, veri e propri palcoscenici deputati alla rappresentazione di spettacoli, feste e balli. La zona sud del giardino ospitava in passato anche un Casino di Caccia, oggi andato perduto, mentre è ancora possibile vedere la Voliera dove gli Arconati tenevano uccelli esotici e altre specie.
E' visitabile senza prenotazione da aprile a ottobre durante le aperture domenicali, dalle 10.30 alle 18.30 (ultimo accesso alle ore 18). È possibile partecipare anche a visite guidate del piano nobile con turni fissi alle ore 11, 14.30, 16 e 17.30


PIEVE FISSAGRA (Lo)

 

Il centro abitato di Fissiraga fu attestato per la prima volta nel 1211.

In età napoleonica (1809-16) al comune di Fissiraga furono aggregate Andreola, Bargano, Cascina Bonora, Mongiardino Sillaro e Orgnaga, ridivenute autonome con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1841 Fissiraga fu aggregata a Orgnaga, divenendone frazione.

Il comune di Pieve Fissiraga venne creato nel 1879 dalla fusione dei comuni di Orgnaga, Pezzolo de' Codazzi e Triulzina, a cui vennero aggiunte le frazioni Andreola e Malguzzana, già appartenenti al comune di Campolungo.

Il moderno centro abitato si è sviluppato nel XX secolo intorno alla chiesa parrocchiale (l'antica pieve), posta originariamente fra i campi, alcune centinaia di metri a nord dell'antica Fissiraga (che si presenta oggi come un semplice cascinale).

Un rilevante sviluppo si è avuto a partire dagli anni novanta del XX secolo lungo la strada Lodi-Sant'Angelo, presso il casello autostradale, con la costruzione di una vasta zona residenziale, artigianale e commerciale, fra cascina Orgnaga e Pezzolo dei Codazzi.

Cascina Andreola

La cascina Andreola deriva il suo nome dalla nobile famiglia lodigiana degli Andreoli; in seguito cambiò più volte proprietari, fra i quali si segnala nel XVII secolo il vescovo Seghizzi.

La cascina Andreola, con la limitrofa frazione Malguzzana, costituiva un comune del contado di Lodi. In età napoleonica (1809) il comune di Andreola venne soppresso e aggregato al limitrofo comune di Fissiraga; recuperò l'autonomia con l'istituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1841 il comune di Andreola venne soppresso definitivamente e aggregato a Campolungo, seguendone le sorti fino al 1879; in tale data la frazione di Andreola passò al nuovo comune di Pieve Fissiraga.

cascina Orgnaga

Le più antiche citazioni scritte che riportano la località di «Overgnaga» risalgono al XII secolo; tuttavia la vicinanza della località alla strada romana da Mediolanum a Placentia potrebbero far supporre un'origine più antica.

La località fu luogo d'origine della famiglia degli Overgnaghi, di parte ghibellina, fra le più importanti della Lodi dell'epoca.

Da un documento del 1261 risulta che Overgnaga era sede di una pieve della diocesi di Lodi; La pieve scomparve però già alla fine del Duecento, sostituita dalla pieve di Fissiraga: è possibile che la decisione di spostare la pieve sia dovuta alla potente famiglia dei Fissiraga, di parte guelfa, a cui apparteneva il potente vescovo dell'epoca, Bongiovanni.

Nel 1589 Orgnaga risultava appartenente nel Vescovato di mezzo del Contado di Lodi. Nel compartimento della provincia di Lodi pubblicato nel 1786 risultava invece essere un comune, inserito nel distretto di Sant'Angelo.

In età napoleonica il comune di Orgnaga venne soppresso e aggregato al limitrofo comune di Fissiraga; recuperò l'autonomia con l'istituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1841 venne aggregato a Orgnaga il comune di Fissiraga.

All'Unità d'Italia (1861) il comune di Orgnaga contava 840 abitanti. Nel 1879 vennero aggregati al comune di Orgnaga i comuni di Pezzolo de' Codazzi e Triulzina, e le frazioni Andreola e Malguzzana del soppresso comune di Campolungo; il comune così ingrandito prese il nome di Pieve Fissiraga.

La cascina Orgnaga venne abbattuta fra il 1998 e il 2003; sul luogo sorge ora il parcheggio del centro commerciale di Pieve Fissiraga. È invece tuttora esistente la cascina Orgnaghina, posta immediatamente ad est.

Cascina Bonora

La cascina fu proprietà della famiglia Orsini di Roma.

Nel 1726 il marchese Giorgio Orsini fece dono all'oratorio di San Giorgio, annesso alla cascina, di un'arca di vetro contenente le spoglie di Santa Bona, proveniente dal monastero di San Pietro in Gessate di Milano. L'oratorio è stato recentemente demolito.

Amministrativamente la cascina Bonora, insieme alla frazione Gervasina, costituiva un comune del contado di Lodi abitato da 190 persone a metà Settecento.

In età napoleonica (1809) Bonora divenne frazione di Fissiraga.

Recuperò l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto, 1815, e fu inserita nel distretto di Sant'Angelo della provincia di Lodi e Crema.

Il governo austriaco tornò sui suoi passi il 22 gennaio 1841 e soppresse nuovamente e definitivamente il comune annettendolo ad Orgnaga, poi confluita in Pieve Fissiraga dopo il Risorgimento.

Cascina Mongiardino

Mongiardino è un piccolo borgo agricolo di antica origine. Il territorio comunale comprendeva le frazioni di Agugera e Monticelli.

In età napoleonica (1809-16) Mongiardino fu frazione di Fissiraga, recuperando l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

All'Unità d'Italia (1861) il comune contava 358 abitanti. Due anni dopo assunse la denominazione di "Mongiardino Sillaro", per distinguersi da altre località omonime.

Nel 1878 il comune di Mongiardino Sillaro fu aggregato al comune di Villanova del Sillaro.

Pezzolo de' Codazzi

La località, piccolo borgo agricolo, fu attestata per la prima volta nel 972.

In età napoleonica (1809) Pezzolo divenne frazione di Lodivecchio, recuperando l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto nel 1816.

All'Unità d'Italia (1861) il comune contava 302 abitanti.

Nel 1879 il comune di Pezzolo de' Codazzi venne soppresso e aggregato al nuovo comune di Pieve Fissiraga.

Nel corso del XX secolo, Pezzolo ha sofferto di un forte calo demografico, comune a molte aree rurali; si presenta oggi come un vasto cascinale, parzialmente abbandonato.

cascina Triulzina

La località fu un antico comune del Contado di Lodi.

In età napoleonica, 1809, Triulzina divenne frazione di Fissiraga.

Recuperò l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto, 1815, e fu inserita nel distretto di Sant'Angelo della provincia di Lodi e Crema.

Dopo il Risorgimento, nel 1861, il comune di Trivulzina fece registrare 215 abitanti. Il municipio cessò il 1 agosto 1879 per annessione al nuovo comune di Pieve Fissiraga.

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Oratorio di San Giorgio

Configurazione strutturale: Configurazione strutturale primaria: oratorio ad unica navata con murature di tipo tradizionale in cotto intonacato. Pavimento in cotto sopraelevato di un gradino in corrispondenza dell'altare. Coperture a tetto a due falde con travatura lignea e coppi su navata, presbiterio, sfondate. Nell'aula si apre verso sud un ingresso laterale e uno di servizio a destra dell'altare. In corrispondenza dell'altare in marmo si trova una nicchia nella quale era conservato il corpo di santa Bona con decorazione ai lati rappresentanti S. Gregorio e S. Carlo. Altri affreschi e lapidi all'interno dell'aula. Facciata conclusa da timpano triangolare; unica apertura centrale con finestra superiore arricchita da modanature.

Oratorio di SS. Giuseppe e Rocco

Configurazione strutturale: Configurazione strutturale primaria: oratorio ad unica navata con copertura con capriate a vista; nella navata si aprono due finestre (una per lato); verso la corte si trova invece una apertura laterale. Le murature sono in laterizio con finitura a intonaco di cemento tinteggiato all'interno e al rustico nell'esterno. Copertura a tetto a due falde con travatura lignea e coppi su navata, presbiterio. Facciata rettangolare con terminazione a timpano triangolare; unico portale d'ingresso centrale architravato con finestra quadrangolare superiore. Modanature costituite da lesene su basi negli angoli della facciata e in corrispondenza delle campate.



MALGRATE (Lc)

Fu molto probabilmente Antesitum, che vuole dire "spiaggia posta avanti", il nome del primitivo insediamento dell'attuale Malgrate, nome assegnatogli dai militari romani che dalle loro fortificazioni poste nell'abitato di Castrum Leuci, l'odierna Lecco, vedevano questo lembo di terra al di là del lago. I primi abitanti della zona furono quasi sicuramente pescatori e barcaioli. Questi ultimi, secondo una versione tramandata di generazione in generazione, ebbero anche l'onore di traghettare verso Lecco Giulio Cesare ed alcuni suoi combattenti reduci dalla campagna delle Gallie.

È databile ad un evento del 1126 l'attuale nome di Malgrate, quando le acque del Lario furono investite dalla lotta che divideva i milanesi e gli alleati lecchesi, dai comaschi. Malgrate possedeva una posizione strategica: aveva un porto protetto e un piccolo forte, detto San Grato, che la tradizione vuole sorgesse sulla Rocca di San Dionigi, ma che fonti storiche indicano si trovasse nel luogo in cui sorse nel XV secolo, la chiesetta di San Antonio Abate. Controllare il forte di San Grato e il lido di Antesito, voleva dire per i comaschi costituire una spina nel fianco dei lecchesi. Durante una notte in quell'anno, i lecchesi, favoriti dall'imbrunire e aiutati da reparti milanesi, riuscirono a raggiungere inosservati la spiaggia di Antesito, sgominarono i pochi difensori di guardia sui bastioni del forte di San Grato ed entrarono nel ridotto. Sorpresa nel sonno la guarnigione comasca, nonostante la disperata resistenza di alcuni gruppi, fu rapidamente costretta alla resa dopo aver lasciato sul terreno parecchi caduti. Il forte venne in larga parte distrutto e la battaglia ebbe un seguito nuovamente tragico quando alcuni prigionieri comaschi vennero giustiziati dai lecchesi.

La tradizione vuole che in seguito a quel cruento episodio bellico, "Grato" modificasse la denominazione del centro in "Malgrato", divenendo poi l'odierno Malgrate.

Inserito nella pieve di Lecco già nel IX secolo, durante la guerra decennale il paese di Malgrate fu ripetutamente invaso e saccheggiato.

Nel 1532, durante le lotte che vide il Medeghino contrapporsi al Ducato di Milano, Malgrate fu il teatro di una sanguinosa battaglia che vide l'annientamento dell'armata ducale guidata da Accorsino da Lodi.

Nel XVIII secolo si registra la realizzazione delle prime ville padronali.

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

  
Chiesa di San Carlo
L'oratorio di San Carlo Borromeo si evidenzia all'estremità sinistra di Palazzo Recalcati. Quattro lesene con capitello in stucco e un marcapiano scandiscono il prospetto sormontato dal frontone con timpano e medaglia centrale. L'elegante portale in pietra introduce in una navata a pianta ottagonale ad angoli smussati, con copertura a cupola. Sulla parete di fondo del vano presbiterale quadrato, una tela seicentesca rappresenta la Vergine con Bambino e san Carlo. Edificato dal senatore Antonio Recalcati e dotato di arredi e beni, fin dal 1694 appartenne alla giurisdizione della parrocchia di San Nicolò di Lecco fino al 1977, quando fu istituita la parrocchia di S. Carlo. La crescita della popolazione, indusse la parrocchia a riutilizzare l'ala sud di palazzo Recalcati per la nuova struttura ecclesiastica. L'aula unica ricavata dalle stalle, su progetto di Bruno Bianchi, conserva le vecchie travi a vista e prende luce dal cortile del palazzo con vetrate realizzate nel 1978 dal pittore Trento Longaretti.
Chiesa di Sant'Antonio Abate
Eretta nella prima metà del XV secolo per volere della famiglia Maggi, ha assunto poi le forme e le decorazioni barocche come descrive il cardinale Giuseppe Pozzobonelli nella sua visita pastorale nel 1746 e che ancora oggi possiamo ammirare. La facciata, tripartita da lesene chiude la piazzetta e presenta discreti decori a volute nelle cornici del portale, dalla finestra soprastante, dal fastigio nella cimasa. All'interno un frammento di affresco quattrocentesco, Crocifissione, coperto dalla pala d'altare, è l'unica testimonianza delle origini quattrocentesche della chiesa. Sulla parete di fondo e sulla volta vi è un'architettura dipinta che crea uno spazio illusionistico in cui si inserisce la pala d'altare raffigurante La Vergine col Bambino, sant'Antonio abate e sant'Antonio da Padova, XVIII sec. Sulla volta l'Incoronazione della Vergine. Due statuette devozionali in legno dipinto: Sant'Antonio abate e san Luigi Gonzaga. Dal recente restauro l'altare e il porta tabernacolo in pietra serena.
Chiesa parrocchiale di San Leonardo
Dedicata a San Leonardo di Noblac venne rifabbricata a tre campate intorno al 1550. Di un completo restauro si hanno notizie solo nel periodo 1812-1815 ad opera di Giuseppe Bovara. La facciata fu realizzata con la conservazione in luogo del portale tipico della Controriforma datato 1607 e contrastante con la chiarezza delle pareti e delle mezzecolonne. Alla parte centrale, coronata dal fregio e dal timpano decorato da mensolette, si accostano due alette a finte bugne d'intonaco. Sempre il Bovara, nel 1817, disegna la cantoria, ancora esistente, per l'organo. All'interno della chiesa, di notevole rilievo il battistero con prezioso ciborio intagliato, risalente agli anni 1660-1670 e la cappella detta "della Cintura”, con volte a botte e rosoni, un importante altare ligneo con statue dorate e dipinti dei Santi Agostino e Monica, opere ottocentesche del lecchese Giacomo Mattarelli jr. e due quadri di Cherubino Cornienti donati da Giorgio Agudio nel 1856.
Chiesa di San Grato
Progettata dall'architetto Bruno Bianchi, venne costruita nel 1961 per volontà della comunità del Gaggio. È costituita da uno spazio di accoglienza che introduce all'aula liturgica, da un muro di recinzione per delimitare il cortiletto. Sui lati, nicchie ricavate nello spessore murario, accolgono la Via Crucis in ferro. Un muro più elevato funge da torre campanaria, in mattone a vista come tutto il costruito. La facciata dell'aula liturgica con tetto a capanna e copertura in ardesia, il portale quadrato, in granito, sormontato da una finestra che riprende il motivo della merlatura di recinzione, introduce nell'unica navata. L'interno si contraddistingue per purezza ed essenzialità. L'altare è un blocco rivestito di mosaico in vetro viola con incastonato, in lettere di ottone, il testo del Padre Nostro. Con i restauri del 2004 la chiesa di San Grato[ ha nuovi arredi sacri: il trittico per le celebrazioni, mensa, ambone e sede, in marmo botticino; le porte in bronzo con i rilievi della Pentecoste e dell'Ultima Cena; le tre vetrate che rappresentano Il popolo in cammino della Chiesa di San Grato, La Chiesa di Milano e La Chiesa di Roma.
Cappella della Crocetta
Ai piedi della salita che porta alla chiesa di san Leonardo si trova una cappella dedicata ad Accorsino da Lodi, ferito a morte nel 1532 durante un attacco sferrato dalle truppe del Medeghino ai danni di una guarnigione di Francesco II Sforza, capeggiata appunto da Accorsino.
La Cappella fu costruita nel 1630 in memoria dei numerosi morti a causa della peste. Le cappellette votive, dette anche santelle, sono disseminate un po’ ovunque nel centro storico di Malgrate, ma questa risulta la meglio conservata tra quelle rimaste. La cappelletta ospita numerose ossa ben conservate, probabilmente dei morti della peste.
All’esterno vi erano dipinti murali con anime purganti, strumenti della passione e iscrizioni ammonitrici, tutti elementi ormai poco visibili. La leggenda narra che all’interno siano preservati i resti di un cavaliere. Questa affermazione però non è avvalorata da prove storiche.
La filanda Bovara-Reina
attiva a partire dal XIX secolo, durante il Settecento costituiva la residenza della famiglia Bovara, ai quali subentrarono i Reina nel 1792
L’ex filanda Bovara-Reina fu il frutto della trasformazione in filanda della residenza privata della famiglia Bovara, a fine Settecento, trasformata poi negli anni successivi in un impianto a vapore progettato dallo stesso Bovara, facendo coincidere il gusto e l’eleganza neoclassica alle esigenze produttive. L’arco in granito visibile al piano terra, dava accesso ai sotterranei con i depositi di legname, la caldaia e la vasca delle acque. La facciata all’esterno, invece, era volta a sottolineare la sacralità del luogo. La filanda rimase attiva fino al 1924, poi ceduta e trasformata in una fabbrica di isolanti termici. Cessò negli anni Sessanta e cadde in uno stato di abbandono. Solo dopo un dibattito e polemiche intorno al destino della ex filanda, è stato approvato un progetto di ristrutturazione, il quale ha riconvertito l’edificio in nuove unità abitative per l’interno e un restauro conservativo della facciata a lago e del salone con colonne, con utilizzo dello stesso per iniziative a carattere culturale. Lo splendido salone, dal gusto pulito e moderno è utilizzato tutt’oggi per lo svolgimento di mostre, fiere e altre attività culturali organizzate dal Comune e altri enti.
Palazzo Recalcati
 Il palazzo Recalcati è un edificio storico costruito dai Bonanomi nel XVI secolo, che ricevevano le gabelle del ponte, i quali erano anche proprietari di tenute al di qua e al di là del ponte. Passò ai Recalcati nel 1678 e divenuti nobili nel 1681, costruirono l’oratorio di San Carlo anche ad uso degli abitanti. Dal 1800 passò in proprietà ai Testori de Capitani, poi a Figini e ai Trabattoni; ora appartiene alla Curia milanese che lo ha acquistato nel 1977 e ha istituito la parrocchia di San Carlo il 4 novembre, solennità di San Carlo Borromeo. I locali interni ospitano un pensionato per studenti stranieri del Politecnico di Lecco.
Palazzo Agudio
è la sede del Municipio di Malgrate.
Tra il 1770-80 la famiglia Agudio unì diversi edifici di sua proprietà dando forma all’attuale struttura del palazzo, affidando il progetto all’Architetto Bovara. I tre corpi della facciata sono scanditi dalle cornici delle finestre e dai tre balconi. Dal bel portale in pietra scolpita si entra nella corte acciottolata definita dalla pianta ad U e aperta sulla scalinata che porta al giardino sopraelevato. Il balconcino sulla facciata interna risale alla prima ristrutturazione del palazzo di fine Settecento, così come i decori e le pitture murali. In ogni stanza ci sono degli eleganti caminetti che si differenziano gli uni dagli altri.
L’imponente scalone d’onore, sviluppato su due rampe, è un tipico esempio dello stile neoclassico del Bovara, visibile in numerose architetture civili e industriali in provincia.
La Sala del Consiglio e quella del Sindaco hanno i soffitti affrescati, realizzati in una seconda fase decorativa.
L’attuale Sala del Consiglio era la sala dei ricevimenti. La sala del Sindaco, dal soffitto suddiviso in campiture dipinte, era in origine la camera da letto con annesso spogliatoio.
Palazzo Agudio Consonni

Il palazzo appartenne fino al 1902 all’antica famiglia degli Agudio, in seguito divenne residenza estiva della famiglia Consonni, attuali proprietari. La famiglia degli Agudio era conosciuta a Malgrate sin dal ‘700, quando si arricchì con l’industria e il commercio della seta. Il più illustre tra i suoi componenti fu Giuseppe Candido, canonico e notaio del Duomo di Milano, che incontrava qui i membri dell’Accademia dei Trasformati, che vedevano nel palazzo un cenacolo letterario e politico di grande prestigio, ma anche un luogo dove godere i piaceri della buona tavola. L’accademia, centro culturale attivo e moderno basato sugli ideali dell’Illuminismo, fu fondata a Milano nel 1743, e comprendeva personalità importanti tra cui Giuseppe Giusti, Francesca Manzoni e Giuseppe Parini. Secondo il malgratese Francesco Reina, proprio qui Giuseppe Parini compose il poema Il Mattino.
La grande facciata dell’edificio presenta tre ordini di finestre e un portale centrale in granito. Gli interni sono riccamente decorati con un ciclo di affreschi di soggetto mitologico e del Vecchio Testamento. Sulla volta dell’atrio è rappresentata l’allegoria dell’Astronomia. Al primo piano si trova l’elegante salone centrale, luogo un tempo destinato agli incontri accademici e conviviali, il quale è decorato senza soluzione di continuità, lasciando spoglio solo il pavimento in cotto e la vista delle finestre a lago.

Casa Reina Stabilini

L’edificio risale ai primi decenni del ‘700 e fu dimora di Francesco Reina, avvocato, commerciante di seta, editore e biografo di Giuseppe Parini e amico dei pittori e poeti che qui furono ospiti (Giuseppe Parini, Andrea Appiani, Ugo Foscolo e Vincenzo Monti). Dal 1825 la casa passò alla famiglia Stabilini. La facciata risale al 1735, mentre dopo il 1760 l’edificio fu ristrutturato e venne ricostruito il portale dalle morbide linee barocche, che introduce ad una piccola corte con un porticato. Nei primi dell’800 fu aggiunta l’ala che si affaccia sul lago, dalle forme neoclassiche. Sulla parete del Sopportico Parini, aperto al piano terra per il passaggio pedonale, vi è la riproduzione di un dipinto di Massimo Campigli, “La spiaggia” (1937), che ha come soggetto la fotografia, a cui si dedicano diversi professionisti ed amatori.

I Reina sono un’antica famiglia malgratese. Si ricorda in particolare Francesco Reina (1766-1825), avvocato e letterato, che si schierò per la Repubblica Cisalpina di Napoleone e curò la prima edizione completa delle opera del Parini. Si dice cha la sua biblioteca contasse cinquantamila volumi.

CASCINA SESMOSES RISTORANTE a Cornegliano Laudense (Lo)

La cascina si trova nel Comune di Cornegliano Laudense in provincia di Lodi.
Il nome Sesmones ci rimanda a tempi lontani, avvolti nel mistero: un’antica leggenda narra della presenza di sei monaci che l’avrebbero abitata sin dal 1200, da qui il nome dell’albergo (Ses Mones), ma potrebbe anche trattarsi di una contrazione della denominazione dialettale “San Simone”. La documentazione storica attesta che la Cascina era già sicuramente esistente sin dal XIV secolo, e risultava il nucleo più cospicuo delle proprietà dell’antico Ospedale dei Santi Simone e Giuda. Sicuramente Sesmones è un luogo antico, pieno di fascino, ricco di storie di persone protagoniste di tempi passati. Una grande cascina architettonicamente ricca e splendida, vero capolavoro di ruralità, tra le più prestigiose dell’area lombarda.

La struttura, immersa nella campagna lodigiana, risale infatti al 1400 circa, anche se alcune fonti tramandano una fondazione persino al 1200.

L’hotel Sesmones di Lodi, pur completamente ristrutturato, mantiene suggestivi particolari storici ed echi di tempi passati che rendono il soggiorno ancora più speciale. Se amate la bicicletta e desiderate concedervi escursioni a contatto con la natura, siete nel posto giusto: il lodigiano è il luogo ideale per gli amanti della pedalata. Il territorio è dotato di una rete ciclopedonale così capillarmente ramificata da rendere la mobilità in bicicletta un vero e proprio “sistema integrato, senza contare il fascino e la suggestione dei paesaggi lombardi che le vie ciclabili fanno assaporare, insieme a un vasto patrimonio paesaggisticoartisticoenogastronomico e naturalistico. Ad oggi lo sviluppo della rete ciclabile supera i 500 Km di estensione.
Pur vantando un contesto di tranquillità assoluta, l’hotel Sesmones gode di una posizione strategica, distando pochi Km dal centro di Lodi.

Il ristorante

Tradizione e innovazione si incontrano nella nostra
cucina per offrirti una esperienza enogastronomica indimenticabile. Avvolto nella magica atmosfera di una corte raffinata e informale, potrai gustare piatti in grado di unire alla perfezione nuovi sapori e ingredienti tipici del territorio.

Pranzi, cene e aperitivi immersi nella natura ma a due passi dalla città: siamo certi che questa suggestiva location ti regalerà momenti davvero unici.

Durante la bella stagione, potrai inoltre godere dell’incantevole dehor pronto ad accoglierti nella sua splendida cornice naturale.

HOTEL SESMONES

RISTORANTE SESMONES

CORNEGLIANO LAUDENSE (Lo)

 

Di antica origine, ne furono a lungo feudatari i Capitanei di Cornegliano.

Dopo l'estinzione della famiglia passò prima ad un ramo cadetto e dal 1633 ai conti Barni.

In età napoleonica (1809-16) Cornegliano fu frazione della città di Lodi, recuperando l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1863 Cornegliano assunse il nome ufficiale di Cornegliano Laudense, per distinguersi da altre località omonime.

Nel 1879 al comune di Cornegliano Laudense fu aggregato il comune di Campolungo, e contestualmente la sede municipale venne spostata nella frazione di Muzza Sant'Angelo.

A partire dagli anni settanta del XX secolo, la frazione di Muzza Sant'Angelo ha conosciuto un grande sviluppo, favorito dalla posizione lungo la strada Lodi-Pavia, e dalla vicinanza dal casello autostradale della A1.

Cascina Campolungo

La località è un piccolo borgo agricolo di antica origine. Fu per secoli centro di un vasto territorio comunale, comprendente la frazione di Santi Simone e Giuda (attuale Muzza Sant'Angelo) e numerosi cascinali.

In età napoleonica (1809-16) Campolungo fu frazione della città di Lodi, recuperando l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1841 al comune di Campolungo fu aggregato il comune di Andreola su ordine del governo austriaco.

All'Unità d'Italia (1861) il comune contava 836 abitanti.

Nel 1879 dal comune furono distaccate le frazioni Andreola e Malguzzana, aggregate al nuovo comune di Pieve Fissiraga, e contestualmente quanto restava del comune di Campolungo venne aggregato al comune di Cornegliano Laudense.

Nel corso del XX secolo, Campolungo ha sofferto di un forte calo demografico, comune a molte aree rurali; si presenta oggi come un vasto cascinale, parzialmente abbandonato.

Cascina Andreola

La cascina Andreola deriva il suo nome dalla nobile famiglia lodigiana degli Andreoli; in seguito cambiò più volte proprietari, fra i quali si segnala nel XVII secolo il vescovo Seghizzi.

La cascina Andreola, con la limitrofa frazione Malguzzana, costituiva un comune del contado di Lodi. In età napoleonica (1809) il comune di Andreola venne soppresso e aggregato al limitrofo comune di Fissiraga; recuperò l'autonomia con l'istituzione del Regno Lombardo-Veneto.

Nel 1841 il comune di Andreola venne soppresso definitivamente e aggregato a Campolungo, seguendone le sorti fino al 1879; in tale data la frazione di Andreola passò al nuovo comune di Pieve Fissiraga.

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Chiesa di San Callisto martire

La chiesa presenta una sola navata, presbiterio rettangolare e coro semicircolare. Ai lati del presbiterio si aprono due cappelle a pianta rettangolare. La navata e le due cappelle laterali sono ricoperte da volte a botte. La sacrestia si trova sul lato destro ed è a pianta rettangolare con copertura a soffitto piano. La torre campanaria è annessa alla parte posteriore destra del coro. Fiancheggiano il protiro due cappelle dalla pianta rettangolare e piccola volta a crociera.

(Già ricordata in documenti del 1261, che ne documentano l'appartenenza alla curia laudense), nella quale sono conservati un affresco rappresentante una Madonna fra due Santi (forse San Bassiano e San Callisto) e una Natività (del periodo fra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo). La facciata si ispira invece a modelli tardo-rinascimentali con successivi interventi barocchi.

Si possono inoltre ammirare alcuni dipinti secenteschi dei Misteri del Rosario.

Cascina Sesmoses 

Il territorio comunale presenta comunque anche altri "pezzi storici", tra cui la Cascina Sesmones, dove antiche fonti rivelano che attorno all'anno 1000 si trattasse di un ospedale.

Oggi ristorante

GROTTE DI RESCIA (Co)

  Le sette Grotte di Rescia, unite in un unico complesso agli inizi del ‘900, si snodano lungo un  percorso turistico di ca. 500 m  alle pen...