CARPIANO (Mi)

 

Carpiano è già citato nei documenti nell'anno 836. Il suo nome risale all'epoca romana, quando ai piccoli centri abitati in genere veniva attribuito il nome dalle principali specie di piante che popolavano i circostanti boschi: il nome Carpiano deriverebbe così da Carpino pianta molto diffusa nelle vicine boscaglie.

Il paese di Carpiano e di Arcagnago e Zunico (questi ultimi fino al 1862) facevano parte del distretto V della Provincia di Milano o di Marignano. Tale distretto aveva una superficie di 138 000 pertiche e circa 1600 abitanti (nel 1855).

Nell'XI secolo Carpiano era soggetta a un certo cavalier Hunger, abitante di Milano

Nel XIV-XV secolo venne realizzata la Chiesa di San Martino Vescovo; era sotto la giurisprudenza della Pieve di San Giuliano e vi rimase fino al 1442, quando il Cardinale Gerardo Landriani (rappresentante del Papa Eugenio IV nel Ducato di Milano) con una bolla fece erigere a prepositura la chiesa di San Giovanni in Melegnano.

Nel 1300 Carpiano era uno dei feudi della famiglia Pusterla di Milano, giustiziata interamente dai Visconti in seguito ad una sentenza emessa per una fallita congiura. I possedimenti, tra cui il Castello di Carpiano, andarono, nel 1395, a Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, Conte di Pavia e Duca di Lombardia.

I possedimenti di Carpiano furono assegnati dal duca di Milano nel 1396 ai Padri della Certosa di Pavia, insieme ad aziende funzionanti attorno ad un nucleo abitativo consistente. Con l'arrivo dei Certosini, il paese di Carpiano muta il suo volto, divenendo una grangia, ovvero un podere di proprietà della Certosa di Pavia che ospitava sul territorio di Carpiano una casa monastica. La Grangia Castello, così era chiamata, era anche il centro di tutta l'attività rurale del paese, essendo adibita a cascina con la stessa tipologia a corte ricorrente nell'architettura rurale della zona. I Certosini bonificarono queste terre rendendole fertili grazie a nuove tecniche irrigue e al miglioramento del sistema d'irrigazione. Introdussero la tecnica delle marcite.

Nel 1518 venne fondata la parrocchia di S.Martino che appartenne ai reverendi padri della Certosa di Pavia. La chiesa di San Martino, la grangia e i terreni annessi, rimasero sotto l'autorità della Certosa di Pavia fino al 1784, anno in cui l'Imperatore Giuseppe II d'Austria soppresse gli ordini monastici. I vasti territori dei conventi ed il castello andarono al barone Giovanni Alessandro Brambilla, parte di questi, in seguito, all'Ospedale Maggiore e successivamente affittati a diversi esponenti della bassa milanese.

Nel 1575 circa e nel 1630 Carpiano venne colpita dalla peste come tutta la zona, e subì saccheggi, distruzioni ed omicidi al passaggio dei Lanzichenecchi.

Nel 1746 iniziò la dominazione austriaca, che vi istituì una nuova amministrazione dividendo la zona in diverse pievi civili. Questo per la stesura di una guida agli effetti fiscali detto "Catasto".

Nel 1836 Carpiano non sfuggì all'epidemia di colera che colpì quasi tutta la Lombardia (è di questi anni la presunta costruzione del Lazzaretto di Carpiano). Nel 1849 ritornò ancora il colera, nel 1859 iniziò la guerra, nel 1865 ritornò ancora il colera e nel 1872 il vaiolo. In pochi decenni ci furono migliaia di decessi.

Nel 1859 Carpiano entrò nella storia grazie alla II Guerra d'Indipendenza, tra Austriaci e le truppe Franco-Piemontesi, quando le truppe francesi si accamparono sul suo territorio.

L'economia della zona è sempre stata legata all'agricoltura; per questo al governo del paese si succedettero per lo più esponenti del mondo imprenditoriale agricolo. Il maggior esponente fu l'Ing. Cav. Carlo Stabilini rimasto al governo cittadino, come podestà, dal 1874 fino al 1933, anno in cui morì. In questi anni in memoria del suo vice presidente Sen. Avv. Angelo Valvassori Peroni, la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, fece erigere l'Asilo Infantile nel 1932, affidato all'ordine delle Suore di SS.Maria Consolatrice fino agli anni ottanta.

Durante la II Guerra Mondiale il paese fu occupato dai tedeschi che utilizzarono come base e come prigione il palazzo comunale, fatto erigere negli anni trenta. Nel 1935 viene installata la linea telefonica. Il primo sindaco del dopoguerra fu Giovanni Curti, è di questo periodo l'asfaltatura delle strade del paese.

Il successore fu Mario Bruschi che rimase sindaco fino al 1980. Nel 1955 viene portata la corrente elettrica nelle cascine. E di questi anni la realizzazione del campo sportivo comunale e la nascita della società calcistica A.S. Carpianese. Negli anni'80 viene sistemato e ampliato il Parco delle Rimembranze (oggi eliminato) a ricordo delle vittime carpianesi dei due conflitti mondiali e il nuovo asilo comunale, oggi centro civico. Dal 1980 al 1995 il sindaco di Carpiano fu Marino Bianchi, dal 1995 al 1999 Danilo Lorini, dal 1999 al 2004 Maria Rosa Abbatinali, dal 2004 al 2014 Francesco Ronchi, dal 2014 Paolo Branca.

Nel 1995 venne realizzata la palestra accanto al campo sportivo formando un grande centro sportivo raggruppante campo da calcio con relative attrezzature (campo allenamento, spogliatoi, tribuna e magazzini), palestra con relativi spogliatoi, campi di tennis, campo da calcio a cinque, campo da basket e il rettilineo da 100m della pista di atletica.

Ancora oggi l'economia del paese è legata all'attività agricola, tantissime cascine svolgono ancora la loro funzione. Negli ultimi anni sono sorte numerose industrie anche molto importanti con una conseguente aumento della popolazione arrivando ad avere i 3.145 abitanti odierni.

Non si può parlare della storia di Carpiano senza parlare delle sue cascine. Sono antichi complessi architettonici che nei secoli hanno testimoniato la vocazione agricola di questo territorio, la fertile piana irrigua che tanto ha contribuito a fare della nostra provincia una delle più ricche della nazione e dell'intero continente. Sono luoghi con affascinanti storie da raccontare, dal lavoro delle mondine ai tesori artistici scampati alle razzie dell'ultimo conflitto, come successe nella cascina di Zunico, dalla passione per i cavalli dei Moyersoen, dalla grande generosità delle mucche da latte, tra le più produttive della Pianura Padana.


Tutte le cascine di Carpiano, come le cascine della zona, hanno una disposizione a corte in cui gli edifici si trovano lungo il perimetro del podere attorno alla corte centrale o aia. Nelle cascine a corte si trovano la casa del fattore (situata al centro in modo tale da controllare facilmente l'entrata e si trova vicino alle stalle e ai magazzini), le abitazioni dei salariati (tutte uniformi, prive di comodità ma con orti e pollai privati, suddivisi in Salariati fissi e avventizi), le stalle e le scuderie (poste sui lati del cortile principale), i pollai e i porcili (situati nel cortile dei salariati e ai lati del cortile), le aie (situate o nel centro del cortile principale o comprese in una nuova corte laterale), gli accessi carrai (disposti uno all'entrata e uno all'uscita verso i campi).

Negli ultimi vent'anni la cascina ha subito profonde modifiche dovute al processo di motorizzazione che ha portato uno sviluppo della meccanizzazione, dell'ampliamento delle stalle e ai miglioramenti alle case. Col passare degli anni la manodopera dei salariati ha abbandonato la campagna trasformando la cascina da un nucleo residenziale e produttivo ad un nucleo esclusivamente produttivo. Le abitazioni dei salariati vennero così abbandonate o adibite a magazzini o ad essiccatoio. La stalla rimane nella vecchia sede o se ricostruita ampliandola è decentrata fuori dalla corte.

Cascina Arcagnago

Arcagnago è una località di antica origine, da sempre legata al territorio milanese. La comunità apparteneva alla Pieve di San Giuliano, e confinava con Carpiano a nord e ad est, Landriano e Siziano a sud, e Locate Triulzi ad ovest. Al censimento del 1751 la località fece registrare 100 residenti.

In età napoleonica, nel 1805, la popolazione era salita a 195 unità, e nel 1809 la località visse la sua prima esperienza di annessione al Comune di Carpiano sulla base di un decreto reale, anche se in seguito all'istituzione del Regno Lombardo-Veneto tale unificazione venne annullata. Una discreta crescita demografica portò poi nel 1853 a conteggiare 238 residenti.

Il Comune di Arcagnago passò poi come tale sotto il nuovo governo italiano, ma subito fu presentata la proposta di riproporre l'antico modello napoleonico considerato più razionale. Il relativo progetto di legge fu approvato dal parlamento italiano e sanzionato dal re il 20 febbraio 1862, anche se la sua attuazione sulla Gazzetta Ufficiale fu posticipata fino all'11 dicembre per non frazionare il bilancio, divenendo effettiva dal 1º gennaio 1863.

Cascina Zunico

Zunico è una piccola località di antica origine, da sempre legata al territorio milanese. La comunità apparteneva alla Pieve di San Giuliano, e confinava con Videserto e Viboldone a nord, Mezzano ad est, Carpiano a sud, e Locate Triulzi ad ovest. Al censimento del 1751 la località fece registrare 120 residenti.

In età napoleonica, nel 1805, la popolazione era salita a 339 unità, e ancor più se ne conteggiarono 527 nel 1809 dopo aver incorporato Videserto. Nel 1811 la località visse poi la sua prima esperienza di annessione al Comune di Carpiano sulla base di un decreto reale, anche se in seguito all'istituzione del Regno Lombardo-Veneto tale unificazione venne annullata. Una discreta crescita demografica portò poi nel 1853 a conteggiare 418 residenti.

Il Comune di Zunico passò poi come tale sotto il nuovo governo italiano, ma subito fu presentata la proposta di riproporre l'antico modello napoleonico considerato più razionale. Il relativo progetto di legge fu approvato dal parlamento italiano e sanzionato dal re il 20 febbraio 1862, anche se la sua attuazione sulla Gazzetta Ufficiale fu posticipata fino all'11 dicembre per non frazionare il bilancio, divenendo effettiva dal 1º gennaio 1863.

Le cascine di Carpiano sono, oltre alle già citate Arcagnago, Zunico, Castello, anche Belvedere, Bruciata, Calnago, Faino, Liberia, Longora, Ca'Matta, Muraglia, Cascina Nuova, Ortigherio e Poiago, ancora tutte funzionanti, a cui si aggiungevano in passato anche le cascine di FrancolinoMaiano (inglobata poi con Francolino), Molino BeolchinaTorchio e Cozzolano oggi scomparse, ma ancora visibili alcuni ruderi o edifici.

MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

La chiesa dedicata a San Martino Vescovo

risale al XIV secolo, il secolo successivo venne quasi del tutto ricostruita come la possiamo oggi vedere. Chiesa, di origine quattrocentesca, a sala suddivisa in tre navate con la navata centrale più alta delle lateriali segnando anche la facciata esterna in cotto a salienti sormontata da cinque pinnacoli in mattoni decorati con una croce in ferro. L'esterno fu decorato con opere marmoree provenienti dalla Certosa di Pavia e successivamente con il protiro a pianta quadrata con colonne tortili in marmo di Candoglia (lo stesso del Duomo di Milano e della Certosa di Pavia) che sostengono una copertura a falde con intradosso a semisfera sormontata dalla statuetta della Vergine, che ancora oggi fronteggia la chiesa, che doveva sormontare l'altare campionese posto all'interno della chiesa. L'interno è molto spoglio con pochi dipinti, alcuni del tutto scomparsi o molto deteriorati.

La storia del Castello di Carpiano

iniziò nel lontano 1549, quando i suoi abitanti, i Padri Certosini, riedificarono la struttura nella forma originaria che era posseduta dalla famiglia Pusterla (il nome deriva dalle "Pusterle", le porte d'entrata di Milano) di Milano e successivamente a Gian Galeazzo Visconti, che lo donò assieme ai terreni di Carpiano ai Padri Certosini della Certosa di Pavia. Con il loro avvento da castello fortificato divenne una grangia castello dalla forma rettangolare con quattro torri angolari (oggi sono visibili soltanto tre). Con la sottomissione del Ducato di Milano da parte dell'Impero Austriaco, gli ordini religiosi vennero sciolti e il castello venne donato dall'imperatore Giuseppe II d'Asburgo-Lorena al barone Giovanni Alessandro Brambilla, generale e chirurgo pavese alla corte dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria che lo diede in affitto per alcuni decenni alla famiglia dei nobili Forni di Milano, discendenti di Don Francesco Ambrogio Forni, che aveva proprietà anche ad Ispra, Baggio e Loirano. Successivamente la proprietà fu ceduta dai baroni Brambilla al conte Giacomo Mellerio. Alla sua morte i suoi beni, compreso il castello e i suoi territori, vennero lasciati all'Onorevole Congregazione del legato Pio Mellerio, divenuta poi Onorevole Congregazione di Carità, negli ultimi anni E.C.A. e oggi II.PP.A.B.

 Colonna in sarizzo, come era in uso in tutte le grangie dei Padri Certosini, in cui sono incise la scritta GRA CAR e sormontata da un capitello che sostiene il mistico monte dei Certosini che sostiene una croce. Oggi, dopo i lavori degli ultimi anni, la croce è stata sistemata e contiene ai vertici reliquie dei Santi protettori del paese come Santa Maria Maddalena e San Martino affiancati da San Riccardo PampuriSan Bruno e San Carlo.

SIZIANO (Pv)

Siziano, oggi uno dei maggiori centri del Pavese, ha origini romane: le attestazioni medievali del nome (SeptezanumSeteciano) permettono di risalire all'etimo *SEPTICIANUS, "proprietà fondiaria (-ANUS) di Septicio": quest'ultimo nome è un gentilizio romano testimoniato da un certo numero di iscrizioni funerarie rinvenute in area padana. 

Nel corso del basso Medioevo Siziano, sottoposta al dominio milanese ma collocata sul confine tra le terre di Milano e quelle di Pavia, si trovò al centro di sanguinose contese politico-militari. 

A scopi difensivi i milanesi vi eressero una fortezza della quale ancor oggi sono visibili, in parte, le imponenti mura nel centro del paese. 

Citato in documenti duecenteschi con l'appellativo di burgus (centro abitato di modeste dimensioni ma dotato di fortificazione), Siziano e il suo castello persero d'importanza nel momento in cui, con la conquista di Pavia da parte dei Visconti, venne meno la necessità di presidiare il confine tra Pavia e Milano. 

Donato in beneficio feudale dagli Sforza alla famiglia dei Biraghi (fine del XV secolo), il borgo di Siziano andò incontro a una progressiva decadenza. Nel 1863 Siziano divenne capoluogo di comune, e nel 1871 venne aggregato a Siziano il comune di Campomorto, sede di un'antica abbazia, era feudo e patronato della famiglia Mantegazza di Milano. Qui fu combattuta, nel 1061, un'aspra battaglia tra Pavesi e Milanesi che provocò un gran numero di vittime. Tuttavia, non va dato credito alla diceria secondo la quale il nome Campomorto trarrebbe origine da questo importante fatto d'armi. Il comune di Campomorto fu soppresso nel 1871 e unito a Siziano.

FRAZIONI

Campomorto

Campo Morto era un piccolo centro abitato del milanese di antica origine, sede di una parrocchia dell'Arcidiocesi di Milano. Al censimento del 1751 la località fece registrare 112 residenti, saliti a 491 nel 1805.

L'attuale collocazione in Provincia di Pavia è il frutto delle riforme illuministe del governo austriaco. Il primo decreto in tal senso fu emanato dall'imperatore Giuseppe II nel 1786, ma venne revocato cinque anni dopo. La misura divenne invece definitiva dal 1815, in concomitanza con la proclamazione del Regno Lombardo-Veneto.

L'abitato conobbe una discreta crescita per un villaggio agricolo, tanto da far registrare 740 anime nel 1853, e 771 nel 1859. Il municipio, la cui denominazione era stata nel frattempo rettificata in Campomorto, fu definitivamente soppresso il 5 marzo 1871 su decreto di Vittorio Emanuele II, venendo annesso a Siziano.

Gnignano

Antica località già esistente prima dell'VIII secolo, durante il dominio dei "Franchi" le campagne di "Noniano" (l'attuale Gnignano), ospitarono Carlo Magno, che pose proprio qui il suo campo. I primi abitanti di questo sito si insediarono attorno al Lambro, più tardi si formarono altri nuclei: sulla sponda a est, sotto Locate Triulzi e Quarpiano (oggi Carpiano) e a ovest nelle terre di Septezano. I primi proprietari furono i frati di Sant'Ambrogio di Milano. Con l'ingrandirsi della comunità, nelle vicinanze di quella che oggi è considerata la casa padronale, fu edificata una chiesa dedicata ai santi Nazaro e Celso, ed un cimitero ad essa attiguo. Nel XV secolo il possesso passa ai monaci cistercensi di Chiaravalle; si ha menzione di una visita pastorale del cardinale Carlo Borromeo nel 1573. Nel 1757 il governo austro-ungarico fece Gnignano capoluogo di Comune e Siziano risultò essenne una frazione. Nel 1806 il cimitero andò in disuso e da allora le sepolture vengono effettuate nel cimitero di Siziano con grande disagio della popolazione che doveva portare il caro estinto per quattro chilometri, spesso a spalle. Dopo l'unità d'Italia, nel 1863 fu Siziano a divenire Comune e Gnignano diventò una sua frazione. Nel XIX secolo la proprietà viene ceduta a privati: la famiglia Pavesi che annovera tra i suoi discendenti Gerolamo Pavesi, sindaco si Siziano dal 1867 al 1875. Suo figlio Emilio fu assessore e benefattore nell'edificazione del 1908 della nuova chiesa di San Bartolomeo. Nel 1946 la chiesa andò distrutta a causa di una grande esondazione e fu ricostruita negli anni cinquanta a debita distanza dal corso d'acqua. Nel 1990 il suo territorio consisteva di circa 3300 pertiche coltivate prevalentemente a cereali.

Cascina Cantalupo alla Bettola

Dall'XI secolo questo fondo faceva parte dei possedimenti della chiesa di Santa Maria Assunta a Campomorto. Nel 1722, il Governo austriaco fece il censimento e la mappatura del luogo e nel 1759 lo stralciò dal territorio di Campomorto per inserirlo in quello di Siziano. La costituzione del primo catasto organizzato come è giunto a noi, fu introdotto dal governo di Maria Teresa al fine di poter controllare la consistenza delle proprietà e di poter esigere i tributi per contrastare la forte evasione. A quell'epoca la proprietà era di De Vecchi, nobile famiglia di Milano. A seguito di un matrimonio la famiglia si imparentò con i Medici da Marignano. L'affittuario dimorava in un grazioso edificio del Seicento in Via S. Anna 5. La casa padronale, di evidente fattura settecentesca, fu edificata in quegli anni. La tradizione orale narra che in quell'epoca, nelle fredde notti d'inverno, si udisse l'ululare del lupo che si avvicinava all'abitato in cerca di cibo; da qui il nome di Cantalupo. Il degrado degli anni portarono alla sua demolizione lasciando spazio ad un nuovo complesso residenziale.

Fornasetta

A sud del paese, in direzione di Pavia, sorge questa cascina, ora in parte celata da un antistante ristorante. Dominata da una torre quadrata, che probabilmente fungeva da granaio fortificato, risale al XV secolo. Col tempo si è corredata dei fabbricati circostanti che ospitavano quattro famiglie al tempo alle dipendenze della proprietà dell'abbazia di Campomorto. Nonostante il nome che porta, non si ha menzione che qui vi sia mai stata una fornace.

Cascina Soldati

Proseguendo per Pavia, un po' all'interno, si intravede questa vecchia cascina sorta nei primi anni del XVIII secolo. Allora il governo austriaco incalzava i grandi proprietari terrieri con onerosi tributi e per poter far fronte a queste gabelle la famiglia Mantegazza che deteneva le terre di Campomorto, cedette quel podere ad un nobile milanese, tale Giovanni Soldato; ecco il motivo dell'attuale nome della cascina. Una sera del 1944 vi fu un'incursione di sbandati che fece irruzione nella casa padronale uccidendo Felice Sacchi, conduttore del terreno che fu commissario prefettizio negli anni trenta; l'indomani fu allestita la camera ardente nella sala consigliare del Comune per attribuirgli gli onori degni di tale rispettabile persona. L'estensione del terreno è di circa 600 pertiche coltivate a cereali e fino a poco tempo fa, lungo le rive del cavo Marocco, vi si piantava l'anguriera.

Cascina Granzetta

Sulla strada che conduce a Melegnano si nota questa struttura testimonianza dei tempi in cui l'agricoltura produceva ricchezza. Nasce dopo la bonifica del XII-XII secolo per opera dei monaci cistercensi di Chiaravalle e nel corso dei secoli subisce diversi passaggi di proprietà: viene ceduta ai monaci della Certosa di Pavia, poi all'Ospedale Maggiore di Milano, al cardinale Montaldo. La comunità residente volle edificare una piccola chiesa che fu demolita nel 1886 poiché il proprietario dell'epoca, la lasciò degradare in quanto di religione ebraica. All'inizio del secolo scorso contava circa 120 anime ed il suo conduttore, sig. Lecchi, diede alla struttura le forme che ora vediamo. Nel 1990 aveva una consistenza di 1 300 pertiche coltivate a cereali, oltre ad avere una stalla con numerose vacche da latte. Oggi, pur conservando le sue caratteristiche, è adibita al reinserimento di persone svantaggiate.

Cascina Cà Matta

Originariamente era un avamposto del Castello di Siziano: probabilmente il suo attuale nome deriva da "casamatta" luogo isolato dove si conservava la polvere da sparo onde non compromettere la sicurezza del castello in caso di esplosione. In seguito fu trasformata in cascina facente parte dei possedimenti dell'abbazia di Campomorto; restò un fabbricato isolato fino alla fine del XVIII secolo, epoca nella quale sorse un'altra costruzione dirimpetto dall'altro lato della strada. Questo nuovo fabbricato ospitava un'osteria ed una piccola filanda con annesso allevamento di bachi da seta che venivano nutriti con le foglie di gelso che ornavano i nostri fossi. Nel 1860 il proprietario, sig. Grassi, concede al comune di Campomorto un locale, che verrà anche usato come sede elettorale, fino al 1871 anno in cui il comune sarà assorbito da quello di Siziano. Nel 1880 nasce un'altra osteria, condotta dalla famiglia Bonizzoni, qui vi era anche la stalla per ricoverare i cavalli delle carrozze che vi transitavano. Agli inizi del XX secolo si aggiungono altre costruzioni. L'originaria Cà Matta, ospitò Defendente Sacchi, ricordato da una lapide colà affissa. Per devozione dei fedeli vi fu anche affrescata un'effigie della Madonna, ma alla fine del secolo scorso, fu abbattuta. Rimangono tracce del muro di cinta che oggi ospita un parcheggio.

Cascina Giuditta

Visibile e raggiungibile sia dalla "binasca" e che dalla circonvallazione, questa cascina fu costruita nel 1921 dai Castelli, proprietari dei terreni. Fu condotta dalla famiglia Garlaschi fino al 1990. Originariamente ospitava quattro famiglie. Il nome che ora porta le fu dato in quanto i Castelli gradivano attribuire nomi di famiglia alle loro proprietà.

Cascina Cicogno detta dei canali

È collocata sulla strada che collega la Cascina Giuditta con Gnignano. Questo nome le fu attribuito in quanto, precedentemente, nella zona di Cantalupo a Cicogno, insisteva una cascina del XIV secolo rilevabile nella mappa catastale del censimento del Governo Austriaco del 1772. Consisteva di “cinque fuochi e 27 anime“. Nel XIX secolo fu abbandonata e lasciata andare in rovina. L'attuale "Cicogno" non nacque come vera e propria cascina, ma era la dimora del "regolatore" o "guardiano" delle acque; infatti in quel punto si incrociano le acque del Canale Ticinello con quelle della Speziana e vi sono le porte per regolare il flusso delle acque per l'irrigazione delle campagne.

Cascina Cassinetta

Nata nella terra di San Vitale, si trova leggermente all'interno sul lato destro della strada che conduce a Casatico. Era di piccole dimensioni ed oltre all'affittuario ospitava tre famiglie. Ora, soffocata da altre costruzioni di recente edificazione, ha perso la sua caratteristica rurale e vi si svolgono altre attività.

Cascina Bonate

Di questo nucleo si ha notizia ai primi del Cinquecento quando, con un atto di compravendita, i Mantegazza cedono la proprietà alla famiglia milanese dei Bonati, da cui deriva l'attuale nome; nel 1860 vi furono diverse contese riguardo all'eredità di questo fondo che oggi si estende su circa cinquemila pertiche

Cascina Pierina

Affacciata sull'attuale Via Carducci fu costruita nel 1940 dalla famiglia Castelli proprietaria del fondo: gli fu dato questo nome in ricordo e omaggio di una congiunta. Nel 1941 fu affrescata una meridiana dal pittore Villa di Pavia poi restaurata da Rino Cecchetto nel 1995.

Cascina in via Roma

Entrando in paese dalla "binasca" al numero civico 108 si nota sulla sinistra una bella costruzione in mattoni. Birago, preso possesso del feudo nel 1484, erige subito questa costruzione che fungeva da stazione di dazio per le merci in transito per Milano e Pavia. Nel XVIII secolo viene acquistata dai De Vecchi che la trasformano in casa rurale dotandola di stalla per le vacche ed il cavallo e di un piccolo appezzamento di terreno che forniva foraggio. Nel 1930 il paese si espande a nord e la bella cascinetta non è più isolata. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 la famiglia Maroni, che conduceva questo fondo, incurante del rischio che correva, diede rifugio nel fienile ad alcuni militari fuggiaschi.

Cascina Il Torchio

Nel 1575 il beneficio parrocchiale di San Bartolomeo viene in possesso di un appezzamento di circa 10 pertiche (circa 6140 metri quadrati) condotto da tal Pietro Triulzio. Vent'anni dopo il parroco decise di edificarvi una piccola abitazione ed un mulino per macinare il grano. La ruota che azionava la macina era azionata dall'acqua di una sorgiva proveniente da nord dell'abitato e compiuto il suo lavoro, andava a immettersi nel Ticinello. Vi era inoltre una macina per produrre olio di semi che veniva impiegato per alimentare i lumi della chiesa. Nel 1865 La proprietà viene ceduta a Giuseppe De Vecchi che edificò a ridosso del fabbricato esistente una abitazione per due famiglie ed una stalla per vacche da latte dando così vita alla cascina. Nel 1998 fu demolita.

Le piccole cascinette

Oltre a quella di via Roma, in paese erano presenti altre piccole cascinette costituite dalla casa dell'agricoltore, una piccola stalla per le vacche da latte ed il cavallo

In vicolo Torretta, tuttora esistente, era dotata di una piccola stalla per due vacche ed un cavallo ed il terreno per il foraggio. Ora è stata trasformata e inglobata in un nuovo contesto residenziale.

Il Curton, dove esiste tuttora la torretta: anche questa accessoriata di stalla e fienile, oggi ristrutturata e trasformata.

La corte del Ceroni: gruppo di cascinette che davano sulla stessa corte, tutte dotate di stalla ed annessi fienile e ricovero per carri ed attrezzi

Corte del bar castello: anch'essa ristrutturata, non presenta più traccia della vita di un tempo.


MONUMENTI E LUOGHI DI INTERESSE

Chiesa sconsacrata di via Sant'Anna

Tra le più antiche chiese di Siziano, assieme a quella di San Bartolomeo e a quella di Campomorto, attualmente sconsacrata, divenuta poi un negozio, è ora sede di un museo. È possibile ammirare il campanile da via Cantalupo. L'antica chiesa è soprannominata La Chiesetta.

Chiesa di San Francesco

Per rispondere alle esigenze del paese che si era notevolmente sviluppato, per volere del parroco e dei fedeli fu eretta negli anni sessanta: corredata di ampi spazi per le attività pastorali, è facilmente individuabile da lontano per il suo originale campanile.

Chiesa di San Bartolomeo

Risulta elencata tra le dipendenze della pieve di Decimo fin dal XIII secolo (Liber notitiae). La "capella" di Siziano è ancora citata nel 1398 tra quelle del plebato di Decimo (Notitia cleri 1398). Verso la fine del XVIII secolo, secondo la nota specifica delle esenzioni prediali a favore delle parrocchie dello stato di Milano, la parrocchia di San Bartolomeo di Siziano, che estendeva la propria giurisdizione anche su Cantalupo, possedeva fondi per 44.1 pertiche; inoltre la vice cura di Gnignano possedeva fondi per 0.19 pertiche; il numero delle anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, era di 1014. Tra XIX e XX secolo la parrocchia di Siziano è sempre stata compresa nella pieve di Lacchiarella e nel vicariato foraneo di Lacchiarella, fino alla revisione della struttura territoriale della diocesi, attuata tra il 1971 e il 1972 quando è stata attribuita al decanato di Melegnano, nella zona pastorale VI di Melegnano. Campomorto sede di un'antica abbazia, era feudo e patronato della famiglia Mantegazza di Milano. Qui fu combattuta, nel 1061, un'aspra battaglia tra Pavesi e Milanesi che provocò un gran numero di vittime. Tuttavia, non va dato credito alla diceria secondo la quale il nome Campomorto trarrebbe origine da questo importante fatto d'armi. Il comune di Campomorto, fondato nel Rinascimento, fu soppresso nel 1871 e unito a Siziano. È un classico esempio di piccolo centro della pianura della bassa padana, sviluppatosi attorno alla grande cascina; il tutto è incorniciato da vaste distese verdi e specchi di risaie.

Chiesa di Santa Maria Assunta

La chiesa si trova nella frazione di Campomorto e risale al XIV secolo è annessa all'abazia.

Chiesetta di Casatico detta anche Gesiolo

In stile rinascimentale, si erge in aperta campagna e questo esalta il suo fascino. Composto di una sola navata, ha la copertura in legno di recente fattura e si ritiene che anticamente fosse a volta. Il presbiterio, più antico, fu dovuto al priore Gerolamo Mantegazza a metà del XVI secolo. Il corpo centrale della chiesa, è del Settecento e si innesta con un arcone nell'antico presbiterio allargandosi poi a forma ellittica con due larghe cappelle laterali che si fronteggiano al centro. La facciata, anch'essa settecentesca, ha un portale in pietra che ornava la precedente costruzione, sormontato da una lunetta che ospita un pregevole bassorilievo di marmo di Carrara, raffigurante una Pietà. La facciata presenta traccia di affreschi del Settecento ed a lato del portale si notano San Cristoforo a destra e San Giobbe a sinistra. L'interno è spazioso e ben illuminato e di linee armoniose. I pilastri e le lesene che sorreggono il soffitto sono dipinte a fregi di volute e di fogliami, mentre la facciata interna i fregi si sviluppano in scene paesistiche di buon effetto. L'altare di destra, dedicato alla Vergine del latte, ha un affresco con la Madonna che allatta il bambino, il quale tiene nella manina una ciliegia. Questo affresco deve essere di origine antica; forse trasportato nell'altare nei rifacimenti del 1712. Il presbiterio reca una serie di pregevoli affreschi del XV secolo, di autore ignoto, ma riconducibile alla Scuola Lombarda del Luini. L'ultimo importante restauro risale al 1932, anno in cui la famiglia Castelli acquista la chiesa ed i terreni circostanti e provvide al risanamento generale del manufatto e delle adiacenze.

Broletto

Il Palazzo del Comune venne ideato nel 1902 dal giovane Guglielmo Castelli, assessore comunale e futuro sindaco, nonché erede dei costruttori delle vecchie scuole nel 1885. Guglielmo, a 27 anni, entra nel consiglio comunale e nel 1902 viene nominato assessore. Voleva edificare un nuovo palazzo affacciato alla piazza centrale, ma la sua piccola impresa non aveva i requisiti e gli strumenti adatti all'opera ed allora si rivolse ad un'impresa più grande di Locate Triulzi: la ditta Romanoni. Così, con nulla osta del 6 aprile 1907 l'architetto Pestalozzi consegnò il progetto ed iniziano i lavori. L'anno successivo Guglielmo Castelli venne nominato Sindaco e nel 1910 l'edificio fu ultimato. Questa struttura venne pensata per ospitare al primo piano gli impiegati comunali ed al piano terra l'ambulatorio e la farmacia che fino ad allora non esisteva con tutti i disagi che si può immaginare ne derivavano per la popolazione.

Nel frattempo, a fianco della farmacia, due locali ospitarono le scuole e nel 1918 venne istituita la IV seguita dalla V elementare nel 1926. Alla fine degli anni trenta parte dell'amministrazione era ancora nel vecchio palazzo (ora Acero-Croce Rossa)) che ospitava le prime tre classi elementari e gli uffici comunali, senza acqua potabile e con i servizi igienici fuori dal palazzo. Il comm. Castelli decise di riorganizzare i due edifici: trasformò la vecchia sede municipale in scuola con cinque classi elementari, servizi igienici ed un ufficio per la direttrice didattica. La nuova sede ospitava invece gli uffici comunali, la sala consigliare, il laboratorio medico ristrutturato e la farmacia che si era allargata negli spazi prima occupati dalle classi IV e V elementare. La facciata del palazzo viene dotata di illuminazione e la piazza assume un aspetto cittadino. L'inaugurazione avviene nel 1936.

Nel 1953 la nuova amministrazione propone un allargamento del palazzo ampliando l'ala di settentrione sopra la sala consiliare, creando così nuovi spazi, dove oggi insiste l'ufficio tecnico. Bisognerà aspettare ancora 31 anni per vedere tutti gli uffici unificati sotto un unico tetto e questa operazione si conclude grazie agli sforzi dell'amministrazione Pasi nel 1985, anno in cui si inaugura il nuovo palazzo municipale

GUDO VISCONTI (MI)

Secondo i pochi ritrovamenti archeologici, tutti risalenti agli anni Cinquanta del Novecento, sembra che Gudo sia nata tra il V e il VI secolo dopo Cristo, poco tempo dopo la caduta dell’impero romano e la discesa degli Ostrogoti in Italia.

In quegli anni, grazie all’opera dei monaci benedettini, erano nati molti centri di preghiera accanto alle paludi locali bonificate, perciò è plausibile che Gudo all’inizio fosse una delle tante cascine abitata da monaci e contadini, che godevano della protezione dei presidi militari degli Ostrogoti.

Quando questi ultimi furono sconfitti prima dai Bizantini e poi dai Longobardi, il piccolo borgo venne annesso ai territori del Monastero di Sant’Ambrogio di Milano, che alla fine dell’XI secolo ne dovette cedere la proprietà ai monaci di San Vittore di Meda, in cambio delle terre della vicina Siziano.

Fu in quegli anni che il nome del borgo, che allora si chiamava Antibiago, divenne Gud, dal tedesco “possedimento”, che col passar del tempo divenne l’attuale Gudo.

Nei due secoli successivi Gudo venne governato prima dai Da Besate e poi dagli Avogadri, che nel XIII secolo lo lasciarono in eredità alla famiglia dei Visconti di Milano, cui erano legati da antichi vincoli di amicizia.

Fino alla fine del Quattrocento Gudo venne governato direttamente dai Visconti, ma la morte, nel 1457, di Bartolomeo lo lasciò indifeso di fronte all’avanzata degli Sforza, che in pochissimo tempo ne presero possesso.

Dopo la caduta di Ludovico il Moro nel 1499, la storia di Gudo prima diventa quella dei Francesi e Spagnoli in guerra nel Nord Italia, poi degli Austriaci e delle truppe di Napoleone tra il Settecento e la prima metà dell’Ottocento, e infine quello del Risorgimento italiano e dell’Italia contemporanea.

A Gudo, purtroppo, non è rimasto moltissimo a testimonianza della sua storia, ed è tutto concentrato nella piazza principale, dove un tempo c’era il castello.

Stranamente ci è rimasta del castello, fatto erigere dai Besate agli inizi del Trecento, una piccola parte di una delle mura di cinta, che è all’interno di una trattoria di fronte al municipio locale, mentre poco lontana si trova la chiesa medievale dei santi Quirico e Giulitta, martirizzati alla fine del III secolo dopo Cristo nella città di Tarso, patria di San Paolo.  

Ha fatto parte della Pieve di Rosate. Durante il periodo napoleonico fu brevemente annesso dapprima a Zelo Surrigone e poi a Rosate.

Chiesa dei Santi Quirico e Giulitta

Di origini quattrocentesche, la Chiesa dei Santi Quirico e Giulitta ha subito alcune variazioni nei secoli successivi. Per il progetto della facciata si è fatto il nome del grande architetto rinascimentale Pellegrino Tibaldi. Accanto, un'immagine a fresco di tradizione popolare, porta la data 1668.

Nel territorio sono presenti anche due piccole Cappelle, una in centro paese e una nei pressi del cimitero Comunale, quest'ultima recentemente ristrutturata grazie ad alcuni volontari gudesi.

LIMBIATE (Mb)

 

Il nome di "Limbiate" (nel dialetto locale Limbiaa) sembra derivare da "Lemiate". Il toponimo "Lemiate" sembra significare "limite" e stava ad indicare il lembo di terra compreso tra il torrente Garbogera e l'altopiano delle Groaneche rappresentava un confine naturale. Il D.Olivieri propone forse più opportunamente la derivazione dal toponimo Terrae Alibiatae (alluvionate) utilizzato in alcune carte piacentine, cui riferirsi appare giustificato per gli allagamenti che colpiscono puntualmente il centro storico del Comune ad opera dal torrente Garbogera in occasione delle piogge intense.

Il Comune appartiene all'alta pianura milanese, asciutta e poco fertile, pertanto in passato la coltivazione è stata possibile soltanto attraverso l'irrigazione artificiale, ed il canale Villoresi, che attraversa il comune a sud nella frazione di Pinzano, anche se con mediocri risultati. Tale attività infatti ha presto perso di importanza con i primi decenni del XX secolo sotto lo stimolo di nuovi impulsi, le caratteristiche del terreno si sono infatti rivelate più adatte all´urbanizzazione e l'industrializzazione.
Come avvenuto per altre località della Lombardia le origini sono da attribuire ai processi di migrazione celtica di epoca preromana, e successivamente, agli insediamenti dei legionari di Roma, che durante i periodi di non belligeranza con le popolazioni nordiche stabilivano in queste zone i propri accampamenti invernali.
L'antico nome di “Lemiate” è stato rintracciato su un'antica pergamena, datata 17 maggio 859, presso l'Archivio di Stato di Milano, che ad oggi è la prima "cartula" che si conosca e nella quale si nomini "Lemiate". Il documento tratta di un'azione giudiziaria promossa dal Monastero di Sant'Ambrogio in Milano contro Lupo del fu Adalgiso Schianno, per indebita appropriazione di terreni di proprietà dello stesso monastero. Nella controversia legale viene citato come testimone, tra gli altri, tale Audoaldo de Lemiate. L'indicazione "de Lemiate" affiancata al nome della persona Audoaldo, chiamata quindi con il nome di vico o loco, fa supporre l'esistenza di un paese o località, da cui si potrebbe risalire, già nel periodo alto-medioevale (Longobardo - Franco), all'attuale Limbiate.
Nel XIII, Limbiate compare in una cronaca dove si racconta della missione di tale Alberto Confaloniero, podestà di Milano sotto la dinastia dei Visconti, che nel 1285 si accampò nei pressi di Lemiate con la milizia che doveva affrontare i comaschi ed i Torriani che avevano preso Castel Seprio. Negli “Statuti delle acque e delle strade del contado di Milano fatti nel 1346” Limbiate risulta inclusa nella Pieve di Seveso, ne seguì quindi le vicende della stessa e così alla fine del XV secolo la Pieve passò sotto la giurisdizione dei Marliani, e con essa anche Limbiate e Mombello.
Limbiate e Mombello nella Pieve di Seveso nel 1538 erano territori di proprietà di tale Antonio Carcassola che la cedette poi nel 1626 a Bartolomeo Arese. La famiglia Arese, ancora nel XVII secolo era tra i grandi proprietari del territorio limbiatese che ospita, come gran parte della zona, le "case di soggiorno" delle famiglie della nobiltà milanese dell´epoca. Pinzano, invece, faceva parte della Pieve di Bollate.
Nel 1816, con il compartimento territoriale delle province del Regno Lombardo-Veneto, ritornato sotto il dominio Asburgo d'Austria, il comune di Limbiate, che comprendeva la frazione di Mombello, venne inserito nella provincia di Milano, distretto V di Barlassina.
All'epoca dell'Unità d'Italia Limbiate e Mombello formavano un'unica municipalità inserita nel mandamento di Barlassina, circondario di Monza, della provincia di Milano. Nel 1869, con RD 11 aprile 1869, n. 5007, si unì a questi il soppresso comune di Pinzano, che era sempre rimasto comune autonomo ad eccezione di una breve parentesi tra il 1809 e il 1816, in cui fu aggregato a Senago.

Ceresolo, Mombello, Pinzano, Villaggio dei Giovi, Villaggio del Sole, Villaggio Risorgimento.


Mombello frazione di Limbiate (Mb)  Per quanto riguarda l'origine toponomastica della frazione di Mombello, il toponimo deriverebbe da Monte Bello che era probabilmente riferita alla posizione sopraelevata della località e alla rigogliosa pineta esistente in loco.
Mombello è un pezzo importante della nostra storia, con un passato di gloria e poi di miseria umana, da Napoleone al manicomio, di bellezze architettoniche e di luoghi bui della perdizione; potrà avere un futuro importante, legato in primo luogo alla presenza di una vocazione culturale legata alla terra e alla agricoltura, grazie all'ITAS Castiglioni e al recupero ambientale che ha iniziato a muovere i suoi passi.
Pinzano frazione di Limbiate (Mb) Pare evidente il riferimento alla vegetazione presente: il toponimo "Pinzano", infatti deriva da Plantianus o Planziano, della Gens Plantia.
Pinzano fu un antico comune del Milanese. Il comune era compreso invece nella contea di Bollate, feudo dei Pirovani. La contea di Bollate passò, man mano, ad Ottaviano Rho (1518), fu confiscata per motivi politici pochi anni dopo e concessa prima a Francesco II Sforza e poi, nel 1530, a Giacomo Gallarati. Nel 1580 fu investito della contea il marchese Giorgio Manriquez, i successori del quale nel XVIII secolo cedettero alcuni feudi, tra i quali appunto Pinzano, ad Ottavia Ugolani.

Nell'estimo voluto dall'imperatrice Maria Teresa nel 1771 risultava avere 301 abitanti. Nel 1809 fu soppresso con regio decreto di Napoleone ed annesso a Senago, per essere poi ripristinato con il ritorno degli austriaci. Fu nuovamente soppresso nel 1869 con regio decreyo di Vittorio Emanuele II dell'11 aprile, venendo aggregato coi suoi 528 abitanti a Limbiate, seppur fosse località con cui non aveva legami storici.

Monumenti e luoghi d'interesse


VILLA PUSTERLA CRIVELLI ARCONATI meglio conosciuta come il manicomio di Mombello

    La villa si presenta con una forma a ferro di cavallo, con la facciata, ornata da due semi torri, rivolta a levante. La costruzione risale al XIV secolo per volere dei Pusterla che la utilizzavano come dimora suburbana. L'aspetto della villa in quel tempo erano quelle di una fortezza-palazzo dalla forma quadrata: gli edifici, molto semplici, occupavano i quattro lati lungo una corte chiusa e un bastione la recingeva. Si pensa anche che fosse molto più antica, risalente addirittura al medioevo, come risulterebbe dalle indagini svolte dall'ingegner Quarantini per conto della famiglia Crivelli: egli riconobbe antichi locali posti nel palazzo (dispense, cucina e cantine sotterranee) che erano preesistenti ai lavori svolti nel ‘500 dalla famiglia Arconati.

    La villa nel XVI secolo era divenuta proprietà di Giacomo Antonio Carcano che alla sua morte la lasciò in eredità ai nipoti Arconati, figli di sua sorella Elena e del marito di lei Giovanni Gaspare. Oltre all'edificio i nipoti, ebbero in eredità anche Mombello: terreni e case. La famiglia Arconati apportò delle modifiche alla residenza, in particolare Giovanni Battista Arconati che tra il 1560 e il 1564 fece modificare la struttura preesistente creando poco armonici contrasti tra la parte antica e quella nuova . In seguito fu Anna Visconti a ordinare dei lavori alla villa, in particolare il doppio portico aperto sulla facciata a ponente del palazzo. Il portico venne chiuso e riaperto più volte; oggi è aperto, anche se non più nell'aspetto con cui si presentava all'epoca.

    La famiglia Arconati cedette quindi la residenza al Conte Giuseppe Angelo Crivelli nel 1718 che la trasformò in un lussuoso palazzo con giardino all'italiana ricco di fontane e giochi d'acqua. Durante questo periodo la villa fu in parte rifatta in stile barocco e fu alleggerita delle residue sue forme medioevali. Le venne conferita una pianta a U con le ali unite da un doppio porticato che racchiude un cortile interno. La facciata della villa venne ornata da due torri sotto le quali si stendono delle terrazze digradanti che sostituiscono il precedente scalone che risaliva il declivio della collina. Le terrazze si affacciavano sull'ampio giardino dove l'abate Crivelli impiantò un giardino botanico che al tempo era tra i più grandi d'Europa. La struttura, che è quella che ritroviamo oggi, venne realizzata da Francesco Croce su incarico di Stefano Gaetano Crivelli nel 1754. Venne anche costruito l'oratorio di S. Francesco (di cui oggi rimane la chiesetta non collegata all'edificio) che era collegato alla villa: una semplice cappella privata in stile barocco con affreschi rappresentanti san Francesco D'Assisi, san Carlo Borromeo e santo Stefano Martire.

    Nel 1797, Napoleone Bonaparte per la sua bellezza preferì la villa Crivelli alla Reggia di Monza e vi insediò il suo quartier generale. Qui prese la decisione di creare la Repubblica Cisalpina. Napoleone fece anche celebrare il matrimonio delle sue sorelle Elisa e Paolina nell'oratorio dei Crivelli, l'oratorio dedicato a San Francesco. In questo periodo Mombello ospitò anche Antoine-Jean Gros, autore del primo grande ritratto di Napoleone che si trovava esposto nella Villa.

    Nel corso del XIX secolo la villa è rimasta in stato di abbandono sino a quando il comune di Milano nel 1863 acquistò l'edificio per utilizzarlo come manicomio apportando alla struttura numerose e depauperanti modifiche e fu utilizzata come manicomio sino all'entrata in vigore della famosa Legge Basaglia del 1978; tuttavia la struttura ha chiuso soltanto nel 1999. Il manicomio di Mombello è il punto di arrivo di De là del mur, un poemetto di Delio Tessa.

    Oggi l'edificio è sede dell'Istituto Tecnico Agrario Statale Luigi Castiglioni. Il nome gli deriva dall'illuminista italiano Luigi Castiglioni che abitò la villa per un breve periodo durante la seconda metà del ‘700 e ne utilizzò il parco per i suoi studi botanici, per i quali fu premiato da Napoleone .

    La villa di recente è stata restaurata negli esterni; mantiene a grandi linee i caratteri barocchi e neoclassici apportati dai Crivelli, la chiesa di San Francesco oggi non è più collegata al palazzo, se non tramite i sotterranei, che sono la parte più antica dell'edificio, dove vi sono resti delle scale che scendevano per la collina prima delle attuali terrazze. All'interno l'edificio conserva affreschi e varie decorazioni che tuttora testimoniano l'importanza della villa e la sua passata bellezza.

    VILLA MOLINARI a Medolago 

    Realizzata nella seconda metà del XVIII secolo su progetto dell’architetto Giuseppe Bianchi, la villa presenta sulla sommità della facciata due statue che raffigurano due aquile con due ruote da mulino. L’edificio purtroppo è stato compromesso da un incendio all’inizio del 2017, ma conserva comunque un fascino speciale. è stata realizzata nel periodo compreso tra il 1760 e il 1764. Il progetto fu affidato dalla famiglia Molinari all´architetto Giuseppe Bianchi, uno tra i più quotati dell´epoca nel panorama lombardo. La famiglia Molinari, la cui ricchezza derivava principalmente dall´attività di commercianti, era una tra le più importanti e potenti nella Milano del settecento. All´epoca dell´acquisto del terreno e delle proprietà su cui sarebbe sorta la Villa limbiatese, i Molinari stavano affrontando la scalata alle maggiori cariche politiche dello Stato di Milano. L´architetto Bianchi, nel progetto di realizzazione della Villa, aveva iniziato i lavori intervenendo su un complesso di case già esistenti. Al termine dei lavori, l´edificio si presentava come è attualmente. Una struttura a U, tipica delle ville milanesi del tempo, con due ali simmetriche su due piani e il corpo centrale con un portico a tre archi e disposto su tre piani. Sulla sommità della facciata sono presenti due statue che raffigurano due aquile su cui poggiano le ruote da mulino, che costituiva lo stemma della famiglia Molinari. si trova in via Dante, poco distante da Villa Mella.

    Chiesa di San Giuseppe Artigiano - Mombello .
    La chiesa fu costruita nella seconda metà dell’Ottocento, quando agli abitanti della località fu impedito di prendere parte alle funzioni religiose della chiesa dell’ospedale psichiatrico Antonini.
    Oratorio di San Francesco - Mombello 
    fatto costruire da Stefano Gaetano Crivelli nel 1754 su progetto di Francesco Croce (l’architetto della Rotonda della Besana a Milano). In questa cappellina nel 1797 le sorelle di Napoleone Bonaparte, Elisa e Paolina, si unirono in matrimonio rispettivamente con il generale Baciocchi e con il generale Leclerc.
    Villa Mella Bazzero Alborio
    che oggi accoglie i locali della biblioteca. Tipica residenza di campagna con una corte centrale, fu trasformata in villa con parco all’inglese intorno alla metà dell’Ottocento. Sono state girate alcune scene del film di Dino Risi Sessomatto, con protagonisti Giancarlo Giannini e Laura Antonelli.
    Villa Bosisio Castiglioni Cavriani Rasini
    una delle case più antiche della città. Il suo impianto architettonico, infatti, risale ai primi anni del Cinquecento, anche se l’aspetto attuale è la conseguenza delle modifiche che furono commissionate nel XIX secolo dal conte Carlo Luigi Rasini.
    Villa Marelli Capponago Lattuada:
     si tratta di un edificio con corte chiusa, sottoposto nel Settecento a un rifacimento di gusto neoclassico, con un porticato d’archi che sul retro si affaccia su un piccolo giardino.
    Villa Bonavilla Zuccoli Pinzano 
    contraddistinta da una facciata settecentesca con portale ad arco e balconcini in ferro battuto.
    Chiesa dei Santi Cosma e Damiano Pinzano 
    eretta addirittura nel XII secolo.
    Villa Fornace Pogliani,
     costruita nel 1925 e ben riconoscibile per la sua sopraelevazione centrale a torretta. La villa si trova al civico 56 c, ma puoi vederla meglio se prosegui lungo via Giotto e volgi lo sguardo alla tua sinistra.
    ex Città Satellite
    nota anche con il nome di Greenland. Proseguendo, troverai i cartelli che ti aiutano a raggiungere quest’area. Si tratta di un ex parco divertimenti nato negli anni Sessanta, molto prima che venisse inaugurato Gardaland. La location, che includeva un trenino per i bambini e un laghetto, ha toccato il periodo di massimo splendore negli anni Ottanta, mentre a partire dagli anni Duemila sono iniziati guai giudiziari che hanno portato alla sua chiusura. Pare, comunque, che siano in programma lavori per un restyling dell’area.


GROTTE DI RESCIA (Co)

  Le sette Grotte di Rescia, unite in un unico complesso agli inizi del ‘900, si snodano lungo un  percorso turistico di ca. 500 m  alle pen...